Il settimanAle
Sahlab o Malabi?
Sahlab o Malabi? Se lo chiede su un social network Lisa, la quale è tornata a Tel Aviv con degli amici americani e vuole che anche loro conoscano quel dessert, che è per lei una delle memorie più evocative del suo primo periodo in Israele col programma Birthright; una memoria dolcissima ma imprecisa, tanto che non ricorda bene quale sia.
“In questi giorni di sharav” la consiglia Kristiane, alludendo al hamsin, il vento del deserto, “sorprendi i tuoi ospiti con un sahlep caldo – vedrai Lisa, è far loro sorseggiare il vero nettare di questo meraviglioso paese”
“ma è come bere cioccolata in tazza!” interviene Orna, “meglio offrirgli malabi, dritto dal frigo”
“per un autentico sahlep” continua imperterrita Kristiane “devi procurarti la farina di radice d’orchidea, la trovi a colpo sicuro da Anise, a Dizengoff; e completa la presentazione con una julienne di pistacchio”
“ma se è illegale esportarla dalla Turchia” ribatte Orna “e poi è un mito che sia afrodisiaca, funge solo da amido, se vuoi fare da te puoi usare tranquillamente la fecola di patate”
“mahallabi, mahallabi, come lo faceva la nonna, fin da piccola, al villaggio…” sospira intanto, elettronicamente, Ghassan.
“sahlab e malabi o mahlab son la stessa cosa” semplifica Abigail “solo uno è servito caldo e l’altro freddo, ma sempre di budino si tratta, può essere decente quando non ci mettono quella stucchevole acqua di rose”
“…e se non lo prendi dagli ortodossi che ti rifilano la versione parve” commenta Tali, schifata.
“non c’entrano niente” protesta Maysam “il mahlab è una spezia, si ricava pestando i noccioli di mahaleb, la mandorla amara; ma non saprei certo dove trovarlo a Tel Aviv”
“sì, in Egitto si impastava anche col miele, le noci e i semi di sesamo; prova da Super Yoda su Ibn Gvirol, dove tengono molta più varietà di quanto ci si aspetti” aggiunge Magda, che sembra saperla lunga
“è il mahlab che non ha nulla a che fare con la muhallabia, che gli israeliani hanno ribattezzato malabi” chiarisce meticoloso Mahsun, scrivendo da chissà dove “la muhallabia è un dessert e lo puoi guarnire con cosa vuoi, se proprio cerchi un sapore esotico forte e amaro puoi macinarci i semi di methi, il fieno greco, quello che gli etiopi chiamano abish e mettono nel berberé”
“ah, l’abesh, cioè la hilbeh; Lisa, forse la trovi nei negozietti dei profughi eritrei su Levinsky, fra una retata e l’altra” conclude amara Hagit, “così vieni a conoscere anche il sud di Tel Aviv”.
Alessandro Treves, neuroscienziato
(29 maggio 2016)