Qui Milano – Jewish in the City
Venezia, modello di cosmopolitismo

13319836_1139447229426642_2852588068632895859_n Venezia è un passaggio un po’ obbligato per tanti turisti, ma nella gran parte dei casi è una certa inconsapevolezza a caratterizzare la loro visita. Inconsapevolezza delle vicende avvenute nei luoghi in cui passano, inconsapevolezza della storia che quelle case e quei canali raccontano, inconsapevolezza della ricchezza della società che li ha abitati. Da questa considerazione nasce il libro della storica Donatella Calabi, Venezia e il Ghetto. Cinquecento anni del ‘recinto degli ebrei’
(Bollati Boringhieri), presentato ieri alla Sinagoga centrale di Milano nell’ambito del festival culturale Jewish in the City, insieme al direttore della redazione dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Guido Vitale. Un incontro che è stato un’occasione per dare alcune anticipazioni sulla complessa mostra che Calabi sta curando a Palazzo Ducale a Venezia dedicata al Ghetto, intitolata “Venezia, gli Ebrei e l’Europa”, che aprirà il 19 giugno e sarà aperta fino al 13 novembre. Due prodotti di una stagione culturale che a partire dall’anniversario dei 500 anni dalla fondazione del Ghetto ebraico “portano a riflettere su quale sia il significato di questi secoli, entrando dentro il territorio e acquisendo una nuova consapevolezza”, come ha osservato Vitale.
La mostra è un’impresa “molto ambiziosa”, ha avvertito subito Calabi, poiché ha l’obiettivo di coprire uno per uno tutti e 500 gli anni del Ghetto. Vi si racconteranno l’edilizia tutta particolare del Campo con le sue case sviluppate in altezza, “conosciuti come i grattacieli di Venezia perché non si può costruire facilmente case a molti piani su un terreno tanto sabbioso”; le cinque sinagoghe e le tre piazze sviluppatesi nel tempo; il lavoro degli ebrei nelle stamperie, che “nonostante fosse loro vietato, lavoravano per gli stampatori cristiani, poiché serviva qualcuno che conoscesse la lingua per dare vita alla prima edizione del Talmud e di un dizionario di ebraico”.
Attraverso il racconto della storica si intuisce come siano infiniti i punti di vista da cui si può raccontare la storia del Ghetto, anche se la caratteristica che a suo dire lo rende un luogo unico è di tipo sociale. Quando venne istituito nel 1516 Venezia era infatti una città basata sul commercio, e dunque piena di stranieri, che fece la scelta strategica di accogliere al suo interno tutti i diversi popoli che vi confluivano. “Certo – ha osservato Calabi – anche lì esisteva un certo antisemitismo come ovunque, ma vi era soprattutto la consapevolezza che tra persone con abitudini differenti nello stesso spazio possono esserci conflitti”. In questo senso va letta anche la storia del Ghetto, la cui popolazione era composta da italiani, ma anche ebrei immigrati dalla Germania, e poi ondate da Spagna e Portogallo, dalla Grecia e dall’Impero Ottomano, “tutte persone diverse tra loro, che abitavano nello stesso cosmopolitismo che si trovava a Venezia”. Per questo, secondo lei la sua storia deve essere letta come “una storia di segregazione, ma anche di scambi di culture, lingue, conoscenze e tecniche, e dunque come tale parte integrante della città nel suo insieme”.

f.m. twitter @fmatalonmoked

(31 maggio 2016)