FEDI E IDEE L’Internazionale degli invisibili
È un club esclusivo transnazionale di cui sarebbe molto meglio non far mai parte, esposto permanentemente alle minacce dei fanatici assassini. Un’Internazionale sempre più affollata di invisibili, di braccati, di scrittori, vignettisti, comici, giornalisti che devono sparire, vivere blindati, scappare. Una fuga obbligata dalla libertà, proprio mentre si declamano nelle sedi ufficiali difese rituali e insincere della libertà d’espressione. E mentre gli intellettuali inondano i giornali con appelli a favore dei tiranni e con il linciaggio di chi vive sotto minaccia, esattamente come accadde con Salman Rushdie. Che fine hanno fatto le invettive satiriche del comico tedesco Jan Böhmermann che Angela Merkel ha offerto come vittima sacrificale per placare la smania repressiva del sultano Erdogan, un comico che attraverso la tv faceva appunto il comico, grossolano e volgare come spesso lo sono i comici? Che fine ha fatto la sempre omaggiata libertà di satira? Per adesso ha fatto una brutta fine, l’effetto intimidatorio è andato a segno: il comico ha deciso di tenere per un po’ quello che si dice un basso profilo, ha scelto di rifugiarsi per un po’ nell’Internazionale degli invisibili. Un’altra linguaccia domata. E senza un briciolo di solidarietà, per dire, dall’altra Internazionale, quella dei comici innocui e riveriti, per fortuna (loro) mai raggiunti da una fatwa. Neanche una televisione (quella italiana, pubblica o privata, figurarsi) ha invitato Böhmermann per offrirgli una tribuna. Per conoscere la sua versione dei fatti, almeno. Non un aiuto, un appoggio, un appello, un sostegno perché un comico possa esercitare un suo diritto. In silenzio. Silenzio come quello che nasce dall’automutilazione di «Charlie Hebdo», che ha deciso di non pubblicare più vignette che possano «offendere» gli islamici: come biasimare gli amici delle vittime, prima santificate con le candeline in piazza e poi abbandonate o addirittura vilipese già nelle settimane successive? Del resto i giovani vignettisti chiamati per subentrare alla vecchia guardia assassinata nella carneficina del gennaio 2015 hanno chiesto di nascondere le loro firme, non si sa mai. Se lo scopo del terrorismo è seminare il terrore, l’obiettivo è stato dunque raggiunto, letteralmente: domina la paura, il desiderio del silenzio, l’acquattarsi per non diventare bersagli. Lingue tagliate, matite spezzate, voci soffocate, libri messi al rogo. Sono tanti i silenziati, gli imbavagliati. In Italia Ettore Capriolo, traduttore de I versi satanici di Rushdie, fu massacrato e lasciato in una pozza di sangue, sopravvissuto per caso: gli andò bene, perché il suo collega giapponese venne sgozzato. Qualcuno ricorda forse i nomi di questi miti traduttori? No, non li ricorda nessuno. Perché nel club degli invisibili si diventa facilmente dimenticabili, come un’immagine molesta da rimuovere. Non per gli assassini, certo, che anzi sono molto tenaci, motivati dal loro fanatismo religioso. Fanatismo islamista, per dirla con una certa imprudenza. Quando si toccano materie delicate e indicibili, infatti, il meccanismo della censura e dell’autocensura scatta con una regolarità impressionante, spesso, molto spesso, addirittura con la complicità di chi dovrebbe solidarizzare, mosso da un’ansia di sottomissione e di rassegnazione che Michel Houellebecq potrebbe raccontare come seguito ideale del suo romanzo Sottomissione. Ma forse Houellebecq lo sa già. Lui già vive blindato e scortato, già è stato condannato a entrare nel club di chi dovrebbe stare zitto. E se non è diventato invisibile è solo grazie alla sua straordinaria e meritata fama. f La tentazione di scomparire è invece quasi una necessità urgente per Kamel Daoud, che vive in Algeria e, dopo ripetute minacce, vorrebbe farsi inghiottire dall’anonimato: intellettualmente desolante ma più rassicurante. Daoud ha scritto un libro bellissimo, Il caso Meursault, tradotto in Italia presso Bompiani, sviluppando un’idea geniale: riempire lo spazio vuoto lasciato da un capolavoro come Lo straniero di Albert Camus, riprendere il filo che Camus aveva sfiorato e poi abbandonato, raccontare la storia dell’arabo che nel romanzo di Camus viene assassinato, restituendogli così un volto, un’identità, un pensiero per strapparlo alla sua marginalità e farne una personalità, mentre ne Lo straniero era come se non fosse mai esistito, come se la funzione narrativa dell’arabo assassinato prevedesse la cancellazione di ogni suo spessore umano. Poi però Daoud si è permesso di andare oltre la letteratura. E dopo l’aggressione di Capodanno degli energumeni di Colonia contro le donne libere ha avuto la temerarietà di scrivere un articolo sul rapporto malato che intercorre tra islamismo e sesso, sull’idea morbosa e umiliante della donna che circola nel mondo musulmano. A quel punto il solito copione: minacce, scomuniche, vita blindata, paura. Con l’aggiunta desolante di un pugno di zelanti intellettuali francesi che su «Le Monde» si sono sentiti in obbligo di dare una mano ai fanatici accusando Daoud di essersi accodato alle campagne «islamofobiche»: l’«islamofobia», una delle più cervellotiche costruzioni intimidatorie che alimentano l’autocensura con il carburante di uno psico-reato ricattatorio. Del resto gli intellettuali, intesi come corporazione, non hanno mai fatto una bella figura nella difesa intransigente della libertà d’espressione. Nel secolo scorso si sono distinti molto più nell’aiuto al boia che non nel soccorso delle vittime dell’oppressione intollerante, con Martin Heidegger che non fece nulla per impedire l’epurazione dei suoi colleghi ebrei dalle università tedesche dominate dai nazisti e con Louis Aragon, poeta sensibile, che vergava versi commossi per elogiare gli aguzzini della Gpu che nel frattempo torturavano nei sotterranei della Lubjanka i poeti come Osip Mandel’stam. Adesso, con il caso Daoud, traspare anche una certa ansia di dissociazione preventiva, di servilismo anticipatorio, di distanza dichiarata da posizioni che possono apparire pericolose e fonte di infiniti guai: l’Internazionale degli invisibili deve restare invisibile, in quarantena, segregata in un recinto infetto. E infatti Daoud non vuole scrivere più, vuole sparire, lasciare i giornali, aspettare in un bunker riparato che l’onda passi. Sempre che passi. Del resto, gli intellettuali sembrano i più solerti ausiliari dei carnefici, con il compito di isolare le matite spezzate e le lingue tagliate (copyright Magdi Cristiano Allam). Ayaan Hirsi Ali è una straordinaria sait-nice che ha raccontato la sua liberazione dall’infanzia oppressa dal fondamentalismo islamista, ha raccontato i dettagli del fanatismo, della subordinazione della donna, della violenza che nel nome dell’islam viene esercitata sulle donne e su chi dissente (apostata, blasfemo). Era in Olanda quando venne assassinato Theo Van Gogh, il regista di Sub-mission di cui lei era protagonista, il cortometraggio sulla schiavitù delle donne nel mondo islamico che poi nessun festival del cinema avrà il coraggio di presentare (il fotogramma tagliato). Venne minacciata di morte come «traditrice» e i vicini di casa hanno sottoscritto una petizione perché l’intrusa sparisse dalla circolazione in un quartiere che voleva conservare la sua placida tranquillità. Negli Stati Uniti, terra di accoglienza e di libertà, Ayaan Hirsi Ali ha continuato la sua attività ma quando l’Università di Boston ha proposto di consegnarle una laurea honoris causa, gli intellettuali e gli studenti che sproloquiano di libertà di espressione, ma solo per se stessi, hanno protestato vivacemente. Esattamente come i loro colleghi, la scrittrice Joyce Carol Oates in testa, che hanno manifestato la loro indignata contrarietà per l’assegnazione di un premio alla «libertà d’espressione» alla testata di «Charlie Hebdo», a due messi dalla strage jihadista di Parigi. Je suis Charlie? Dimenticato. Non sono in molti a sapere chi sia Molly Norris. È una disegnatrice che lavorava per il «Seattle Weekly» e che ora vive super-blindata in una località segreta dopo che l’Fbi le aveva chiesto di «sparire» perché un predicatore religioso estremista l’aveva dichiarata «obiettivo primario» da eliminare per «blasfemia». La sua colpa? Aver ironizzato sulla decisione degli autori di South Park, già raggiunti da minacce serissime, di eliminare un riferimento a Maometto in una puntata del cartone animato. II direttore del giornale di Seattle ha scritto: «Avrete notato che la vignetta di Molly Norris non è sul giornale. Perché Molly Norris non esiste più». Non esiste più. Come il vignettista danese Kurt Westergaard, un anarchico libertario che si è permesso di fare satira dove non si poteva, e che oggi ha dovuto far perdere le sue tracce. Come Robert Redeker, che nel 2006 ha dovuto lasciare l’insegnamento e rifugiarsi in una casa blindatissima per aver scritto un articolo su «Le Figaro» che i fondamentalisti islamisti hanno considerato «blasfemo», bollando il suo autore come meritevole di morte. f Contro la fatwa presero posizione allora Bernard-Henri Lévy e Alain Finkiellcraut, André Glucksmann e Václav Havel, Elisabeth Badinter e Claude Lanz-mann. Almeno loro. Solidarietà molto minore viene spesa oggi per Daoud o per l’altro scrittore algerino, Boualem Sansal, che ha scritto una eloquente contro-utopia, intitolata 2084. La fine del mondo (editore Neri Pozza) in cui, con piglio alla George Orwell, è descritto l’orrore totalitario nell’immaginario regno di Abistan che nel 2084, dove la guerra santa «contro la miscredenza» viene attuata per mezzo di esecuzioni negli stadi e lapidazioni, raggiunge il culmine della sua soffocante mostruosità. Ovviamente le minacce sono piombate su tutta la famiglia di Sansal, che nel frattempo ha dovuto lasciare il suo posto al ministero, perseguitato dal regime fondamentalista (non immaginario, reale). Silenzio degli intellettuali zelanti, stavolta. Forse non si sono neanche accorti del libro. Fossero diventati ausiliari della repressione troppo tiepidi?
Pierluigi Battista, Corriere La Lettura, 29 maggio 2016