La Start-up nation delle biotecnologie

biotech technionChi vuole sviluppare un’idea, in Israele può farlo. Anche i fallimenti non sono mai considerati sconfitte, ma incentivi a ripartire in modo diverso, fondando nuove startup, in un sistema che li prevede, li vive come fisiologici e li sa gestire.
Israele continua a essere, e anzi è sempre di più una Startup Nation, la culla dell’innovazione della creatività al servizio delle nuove tecnologie, ma anche una nazione che guarda molto, più del passato, alla medicina e in generale alle scienze della vita, cercando di anticipare le richieste di una popolazione mondiale che aumenta e che parallelamente invecchia, accrescendo il proprio bisogno di cure e di servizi sempre meno legati a strutture quali gli ospedali, e sempre più alla comunicazione in remoto, all’automazione, alla medicina facile da interpretare e da gestire anche per il singolo.
L’ecosistema Israele oggi è un fermento di startup: un migliaio, cui se ne aggiunge un centinaio ogni anno. Ma non solo. Organismi intermedi che facilitano il passaggio dalla ricerca di base al prodotto brevettato e sviluppato; collaborazioni con le multinazionali; consulenze di oltre 900 senior members delle facoltà più prestigiose; partecipazione a bandi internazionali quali Horizon 2020; presenza di 19 incubatori privati, realizzati secondo una modalità che prevede la permanenza per otto anni. E ancora: i finanziamenti (variabili, ma fino all’85% del budget iniziale di ogni startup aderente) e nessuna ingerenza sull’attività di ricerca e sviluppo; rafforzamento del precedente Office of the Chief Scientist, del Ministero dell’economia e dell’industria, già responsabile del raddoppio dei budget allocati al settore delle life sciences dal 2000 a oggi (dal 14 all’attuale 2530% degli investimenti) e trasformato, il primo gennaio 2016, nella Israel innovation authority; varo di grandi programmi nazionali di ricerca come il Magnet, incentrato sui dispositivi per le malattie neurologiche o il Kamin, per il trasferimento diretto delle tecnologie alle aziende; costruzione di nuovi grandi centri come il National Institute for Biotechnology del Negev, approvata nel 2010 e finanziata con 90 milioni di dollari iniziali e 30 nei sette anni successivi, accanto alla presenza degli istituti storici come il Technion e il Weizmann; facilitazioni fiscali e strutturali; sostegno e coordinamento da parte di quello che viene chiamato il grande ombrello, lo Iati (Israel Advanced technology industries), che nei giorni scorsi si è messo in mostra a Tel Aviv, nella quindicesima National Life Sciences & Technology Week.
Così Ruthy Alon, Co-chair dell’incontro di Tel Aviv e general partner di Pitango Venture Capital, spiega come sia possibile creare un ecosistema fecondo e in costante crescita: «Lo stimolo alla creatività viene essenzialmente da alcuni elementi chiave: la assoluta libertà di ricerca, garantita in ogni tipo di struttura, e l’incentivo economico. Ci sono poi diverse condizioni ambientali come il fatto che Israele è un paese piccolo, nel quale è facile collaborare, e formato da emigranti spesso ad elevata specializzazione, che portano la propria parte di sapere, insieme a una grande determinazione».
Esistono alcune caratteristiche che accomunano le diverse forme che assume lo stimolo alla creatività e al mercato, a cominciare dalla presenza di uffici ed enti intermedi che aiutano chi fa ricerca a diventare imprenditore, o comunque a valorizzare il frutto del proprio ingegno. Spiega Noam Shani, Ceo di Khar Medical, una delle società di Hadasit, la company tecnologica dell’Ospedale Hadassa di Gerusalemme, incentrata sullo sviluppo di farmaci per i tumori e le malattie autoimmuni: «L’ospedale, che ha più di cento anni, sostiene la ricerca (2mila i lavori pubblicati negli ultimi 5 anni) del tutto slegata da influenze commerciali, ma anche la trasformazione dei risultati in brevetti, e le risposte ci sono, anche grazie al fatto che il 40% di ogni dollaro generato torna a chi ha avuto l’idea, il 20% al suo laboratorio, affinché possa continuare la propria attività, e il restante 5% all’ospedale, in modo da contribuire al buon andamento della struttura. Al momento abbiamo in corso 60 richieste di brevetti, mentre negli ultimi mesi ne abbiamo ottenuti 30 che hanno attratto oltre 18 milioni di dollari da aziende in ambiti che variano dai dispositivi (tra i quali un chip dentale per il monitoraggio di malattie quali la peridontite), a una terapia basata sull’uso di alcuni tipi di larve per la cicatrizzazione, alla preservazione dei cordoni ombelicali, ma anche ai farmaci come quelli portati in fase clinica da Khar, perché il primo scopo dell’ospedale è la cura dei suoi malati».
Quello dei farmaci è uno dei settori più promettenti in tutto il paese, perché in molti hanno capito che la genetica poteva offrire possibilità impensabili fino a pochi anni fa e, al tempo stesso, stava modificando profondamente il modo di fare ricerca delle grandi, non più interessate né in grado di sostenere sviluppi che partano dagli studi di base. Il segreto, come spiega Tsipi Keren-Lehrer, vice presidente di Compugen, azienda che è partita anni fa dal calcolo computazionale per la progettazione di nuovi farmaci, per giungere oggi ad affrontare tutte le fase della ricerca, fino a quelle cliniche insieme a colossi quali Bayer, e che è in prima fila nella grande corsa ai nuovi antitumorali immunoterapici, è la creazione di piattaforme, di modelli realizzati per un prodotto ma adattabili a molti altri non necessariamente simili, adattamento reso possibile da tecniche di editing genetici. E, in fondo, tutto l’ecosistema delle start up è una piattaforma. Al servizio dei suoi cervelli e dello sviluppo del paese.

Agnese Codignola, Nòva, 29 maggio 2016