Carlo Pedersoli (1929-2016)

pede“Nella mia vita ho fatto di tutto, ma proprio di tutto. Solo due cose non ho potuto fare: il ballerino classico e il fantino”. Diceva così di sé Bud Spencer, all’anagrafe Carlo Pedersoli, scomparso ieri a Roma all’età di 86 anni. Un’affermazione vera nella vita, dove è stato nuotatore olimpico e attore, studente brillante ai Parioli a Roma e impiegato in un’impresa di costruzioni in Sudamerica, ma anche pilota di elicotteri e scrittore; così come al cinema, dove ha recitato nei celebri Spaghetti Western che l’hanno reso famoso in tutto il mondo insieme al suo inseparabile compagno Terence Hill, lavorando anche con Eli Wallach (figlio di ebrei polacchi nonché noto per essere stato il “brutto” di Sergio Leone), ma ha anche saputo farsi portavoce della denuncia sociale con una parte in Torino nera di Carlo Lizzani. Soprannominato “il gigante buono del cinema italiano”, oggi tutti lo ricordano con affetto, dal premier italiano Matteo Renzi (“Ciao Bud, ti abbiamo voluto bene in tanti”, lo ha salutato in un tweet) alla stampa israeliana, che ha sottolineato come “in coppia con il suo amico Terence Hill sono stati ammirati in tutta Europa e in Israele”.
Carlo Pedersoli è nato a Napoli nel 1929, e alla città è rimasto affezionato per tutta la vita, tanto da considerarla una parte maggiore della sua identità rispetto a quella italiana. “Cosa ricordo di Napoli? Le bombe. C’era un po’ di guerra…. Ero cresciutello e me la ricordo bene”, aveva detto in un’intervista alla Repubblica. In realtà a Napoli è rimasto solo fino a undici anni, perché poi il lavoro del padre ha portato la famiglia all’inizio degli anni Quaranta, fino alla fine della guerra, a Roma. Degli ultimi giorni della Seconda guerra mondiale parla anche Gott mit uns (Dio è con noi), film del 1970 diretto da Giuliano Montaldo, in cui Spencer interpreta la parte del caporale canadese Jelinek. La pellicola racconta la storia vera del processo sommario a due disertori delle forze armate tedesche della Wehrmacht e la loro condanna da parte di un’improvvisata giuria, benché la guerra fosse finita da cinque giorni.
E questo è uno solo dei molti esempi della versatilità di Bud Spencer, che tutti ricordano maggiormente per il suo ruolo di gigante picchiatore dal cuore d’oro, sempre sorridente ma in grado di farla pagare per tutti i torti. A quel personaggio nel mondo del cinema è arrivato grazie al suo fisico di nuotatore, una carriera nella quale è ugualmente entrato nella storia come il primo italiano a infrangere la barriera del minuto netto, per l’esattezza 59”5. E le conquiste più importanti per Pedersoli sono rimaste sempre quelle sportive: “Perché il successo, in tutto il resto, è il pubblico che lo decreta – aveva detto – ma quando invece vinci nello sport, quella è tutta roba tua, e nessuno te la può togliere”. Dopo aver partecipato a Olimpiadi e gare in tutto il mondo, il suo esordio cinematografico è avvenuto quasi casualmente nella grande produzione hollywoodiana Quo vadis?, il riadattamento di S.N. Behrman, figlio di un talmudista lituano, Sonya Levien, anche lei figlia di genitori scappati dai pogrom dell’Europa dell’Est, e John Lee Mahin del romanzo storico omonimo di Henryk Sienkiewicz, vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1905. Nessun attore poteva essere più adatto di lui per impersonare una guardia dell’impero romano, e del resto fu quel suo aspetto da energumeno a portarlo al grande successo dei western.
“Sono un prodotto di consumo – diceva di sé nel 1975 – il mio successo è il successo di una formula che dura da otto anni perché il personaggio funziona. Io mi limito a prestargli l’involucro, la faccia, i muscoli… ma non mi considero nemmeno un attore”. Però quella di attore alla fine è stata una lunga carriera, per la quale decise anche di cambiare nome, seguendo un consiglio dato a lui e Terence Hill (alias Mario Girotti), di non usare i loro considerati “troppo italiani” per un film western e per fare colpo a livello internazionale. Bud Spencer nasce dunque da un gioco di parole sul nome della birra Budweiser, commercializzata in Italia come Bud e da un omaggio all’attore Spencer Tracy, che vinse un premio Oscar nel 1939 per Boys Town. Prodotto dalla leggendaria casa americana Metro-Goldwyn-Mayer, il capo Louis B. Mayer aveva definito il film il suo preferito tra quelli che aveva distribuito in vita sua. Tracy ricevette una nomination all’Oscar nel 1944 anche per La settima croce di Fred Zinnemann, uno dei primi film che a quell’epoca ebbe il coraggio di trattare l’esistenza dei campi di sterminio nazisti.
Ma per passare ai famosi spaghetti western, tra i più celebri c’è di certo I quattro dell’Ave Maria, il secondo capitolo della trilogia del regista Giuseppe Colizzi iniziata con Dio perdona… io no! e conclusa con La collina degli stivali. Alla collaudata coppia Bud Spencer e Terence Hill del primo film Colizzi aveva affiancato, in un ruolo di primissimo piano, l’istrionico Eli Wallach, già sperimentato con successo da Sergio Leone per Il buono, il brutto, il cattivo. Come già ricordato però Bud Spencer non si è mai limitato a un solo genere, e allora si può citare tra le altre cose il dramma di denuncia civile Torino nera (1972) di Carlo Lizzani, il quale, antifascista fin dalla culla, aveva partecipato come partigiano alla Resistenza romana, e aveva fatto della testimonianza di quegli anni la base di tutta la sua produzione cinematografica.
Per il resto, Bud Spencer affermava che per lui “nella vita vale sempre una parola sola: la decenza. Non devi mai credere di essere uno che può spaccare tutti, devi avere la decenza di capire che domani mattina puoi incontrare due-tre personaggi che ti fregano tutto quello che hai fatto. Succede, perché è la vita. E questo me l’ha insegnato lo sport”. E per quanto riguarda la morte, in un’intervista al Messaggero del 2014, dichiarava: “Non la temo. Dalla vita non ne esci vivo, disse qualcuno: siamo tutti destinati a morire”.

Francesca Matalon

(28 giugno 2016)