Essere imprenditrici druse

Schermata 2016-07-24 alle 18.56.59Piccole attività domestiche, legate strettamente alla tradizione, dalla cucina ai capi di vestiario tipici. È questa la ricetta di un nuovo turismo che sta lentamente nascendo nei piccoli villaggi drusi in Israele, dove per la prima volta i visitatori si addentrano accolti dalla popolazione locale, con il ruolo delle donne che assume un nuovo rilievo. Un lieve cambiamento che interessa una comunità la quale, sebbene conduca una vita geograficamente circoscritta e con una religione e costumi differenti dal resto della popolazione, si sente pienamente parte della società del paese. A incentivarlo è anche il ministero del Turismo, che li aiuta offrendo corsi di imprenditoria e una mano nella pubblicità. Una situazione dalla quale entrambi traggono vantaggio, come ha sottolineato la portavoce del ministero Anat Shihor-Aronson. “I drusi hanno così tanto da offrire da un punto di vista antropologico, culturale e culinario – ha aggiunto – sono autentici, e vogliamo incoraggiarli”.
La comunità drusa in Israele, costituita da circa 130,000 individui, vive per lo più nel nord del paese ed è una delle minoranze religiose ufficialmente riconosciute dallo Stato di Israele. I suoi uomini servono regolarmente nell’esercito e nelle forze dell’ordine, dove spesso svolgono la loro carriera, raggiungendo anche alte cariche, e possono sedere alla Knesset. Ciononostante, essi si distinguono per essere sempre rimasti fortemente attaccati alle loro tradizioni religiose e culturali. Tra queste vi è quella di considerare inappropriato per le donne di lasciare la loro casa per andare al lavoro (ragion per cui sono anche esonerate dal servizio militare). Ma nulla vieta loro di lavorare in casa propria, e così le donne druse hanno cominciato ad aprire piccoli commerci tra le mura domestiche in maniera da non entrare in conflitto con la loro cultura, tanto da diventare in alcuni casi la sola fonte di guadagno di un’intera famiglia.
Tra queste c’è Ibtisam Fares, una donna del villaggio druso di Hurfeish, la quale intervistata da Media Line racconta del ristorante che gestisce in casa sua, dove serve pietanze tradizionali imparate direttamente da sua madre. “Da quando ero piccola amavo cucinare – racconta – e anche se mia madre non lasciava che la aiutassi la guardavo attentamente, e ho imparato tutto da lei”. I suoi clienti, spiega poi, sono per lo più ebrei israeliani, che vengono in gruppi a visitare il villaggio nei weekend, e per farsi aiutare in cucina e nel servizio ai tavoli ha assunto due vicini di casa. Poco lontano lavora febbrilmente anche Hisin Bader, che fa la volontaria in una casa dove alcune donne hanno messo su un negozietto di pizzi fatti all’uncinetto. Quando il gruppo è nato nel 2009 erano in cinque donne, oggi sono in quaranta e stanno pure per aprire un secondo punto vendita. Le donne si incontrano circa una volta a settimana, e producono tovaglie, biancheria per la casa e vestiti per bambini. “Il nostro villaggio è stato in un ‘coma turistico’ per dieci anni, e l’unico tipo di turisti che passava erano quelli che passavano dall’autostrada e si fermavano per un rapido pasto”, racconta Bader. È d’accordo con lei Faraj Fares, che gestisce un ristorante sulla cima di una montagna. “Non mi piace che i miei clienti mangino quello che ordinano in un rapido boccone – conclude – vorrei insegnare loro come assaporare, lentamente, un pasto”.