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I capitoli di vita di Maugham

Valerio-Fiandra 2 Ci sono autori che funzionano sempre. Sono rari, specialmente se hanno scritto molto, perché è tutt’altro che facile mantenere un buon costante livello di qualità. Come credo di avervi già scritto, sono poco incline a dire ‘mi piace Pinco’ o ‘non mi piace Palla’, perché anche il primo qualche libro (o film, o quadro) meno riuscito l’avrà pure scritto, e Palla il contrario: forse qualcosa di suo merita leggerlo. Simenon e Nabokov sono i primi cognomi che mi vengono in mente se vado a cercare di buttar giù un elenco di scrittori che hanno molto pubblicato e non mi hanno mai deluso. E Maugham, naturalmente.
Con lui, con questo inglese nato e morto in Francia (1874 – 1965), mi trovo ogni volta a rileggere un libro di cui conosco trama personaggi e finale senza perdere, anzi, il piacere della lettura. Sarà che la sua prosa è sciolta; che le storie che racconta sono interessanti; che i personaggi – anche i minori, ammesso che si possa definirli così: quasi ogni parola ha la sua ragion d’esserci, in Maugham – sono ben descritti e i paesaggi tutti resi con vivida maestria. No, c’è un elemento in più: l’equilibrio fra distacco e cinismo, la miracolosa capacità di Maugham di essere sia severo sia indulgente.
Prendete ad esempio Acque Morte (i libri di cui faccio menzione sono tutti pubblicati da Adelphi nelle traduzioni di Franco Salvatorelli), un romanzo del 1932: il dottor Saunders è testimone di una avventura d’amore e morte che potrebbe risultare semplice nella sua tragicità. Lo sguardo di Maugham però illumina gli angoli oscuri dei personaggi che sono coinvolti, europei sradicati alla deriva nei mari cinesi a nord dell’Australia, ed ecco che la banalità si fa eccezione. O Il Velo Dipinto, del 1925: un adulterio, che cosa c’è di più comune? Eppure il romanzo ben presto abbandona il suo sviluppo scontato per diventare un’indagine sui protagonisti e le loro ragioni, le loro trasformazioni man mano che gli avvenimenti prendono il controllo delle loro vite. O Il Filo del Rasoio, romanzo della sua piena maturità artistica (1944): qui Maugham è sia narratore sia personaggio, e la sua abilità di muoversi fra i due piani è da trapezista. Abbandonate le suggestioni tropicali o del lontano est, qui sono Chicago e l’Europa a offrire la scena per una tragedia ridicola, o un romanzo rosa tragico.
Prendete ogni suo romanzo, leggetelo e poi ditemi se non c’è una parte di noi in quasi ogni suo personaggio. Il dandismo di Elliot, la viltà di Townsend, la leggerezza di Kitty, il coraggio di Larry (e potrei continuare, mescolando i romanzi dei quali ho volutamente tralasciato la trama) sono altrettante facce della condizione umana. Raccontate con il distacco di chi non ha né illusioni né pretese, ma che proprio per questo ha smesso di giudicare, e dunque capisce. A nessuno l’autore risparmia la critica, a nessuno la comprensione. Sono tentato dal dire che ogni suo libro è un capitolo del romanzo intitolato William Somerset Maugham.

Valerio Fiandra

(1 settembre 2016)