Qui Ferrara – Libro ebraico in festa
Dalla luna al Talmud
Nel giardino di Palazzo Roverella la Festa del libro Ebraico si è aperta con un pubblico numeroso già di prima mattina, per l’incontro dedicato agli “Stampatori ebrei a Ferrara”, subito seguito da una tavola rotonda sulla “Partecipazione degli ebrei italiani alla Prima guerra mondiale”. Nel frattempo una partecipazione altrettanto forte registrano nella Sala Estense dello stesso storico Palazzo gli “Incontri con l’autore”, a partire dalla presentazione della poderosa Storia degli ebrei italiani di Riccardo Calimani (Mondadori), che ha esordito ricordando come gli
ebrei siano in Italia da almeno 22 secoli. “Sono sempre stati una minoranza molto piccola ma con un ruolo rilevante. Una minoranza non abbastanza studiata”. Dopo il dialogo del direttore uscente del museo dell’Ebraismo Italiano de della Shoah con la storica Anna Foa (Università La Sapienza) e con Shulim Vogelmann (La Giuntina) la Sala Estense ha accolto la presentazione del volume di rav Roberto Della Rocca Con lo sguardo alla luna (La Giuntina), presentato da Elena Loewenthal. “Si tratta di un libro che non risparmia al lettore nulla della complessità dell’ebraismo, un libro che ci aiuta a interrogarci, con domande che rivolgiamo al mondo ma soprattutto a noi stessi”, ha aperto Loewenthal, che da quasi un anno è Addetto Culturale presso l’Ambasciata d’Italia in Israele. E Sonia Brunetti, che dirige la scuola
ebraica di Torino, ha ricordato come un midrash racconti di un rabbino che, non avendo nessuno che lo interroghi, si mette a girare la città per cercare qualcuno che gli ponga delle domande: “Per tutti gli argomenti trattati nel volume, rav Della Rocca lascia spazio alla riflessione e incuriosisce, porta a chiedere, a riflettere su testo. L’interpretazione dei testi è chiave dell’ebraismo, che sulle stesse parole torna e ritorna continuamente”. Rav Della Rocca ha aperto il suo intervento spiegando come il continuo rinnovarsi della ricerca e dello studio corrisponda alla luna, protagonista del titolo del suo volume, che ritorna tutti i mesi, in un continuo rinnovarsi. “Non come il sole, che non ha movimento, crescita, progresso, in un movimento deterministico che si ripete tutti i giorni: la pienezza della luna non deve illudere, dura un giorno appena, dopo la fase di crescita, per calare subito, arrivare a una sorta di morte, e a una immediata rinascita. Per crescere bisogna essere umili, per cambiare non bisogna guardare all’appariscente e radioso sole, ma a quell’astro più piccolo e a volte invisibile, che c’è anche quando non lo vediamo”. Quasi a fare eco dal giardino del palazzo Roverella, rav Gianfranco Di Segni ha spiegato al pubblico accorso per l’incontro “Il Talmud torna italiano” come il testo più complesso dell’ebraismo affronti il problema della determinazione del capomese, ragionando dei cicli della luna, ma anche delle discussioni di rabbini e discepoli, in un
esempio di come si affronta e studia la pagina talmudica. Nel frattempo, sempre nella Sala Estense, lo storico Simon Levis Sullam, presentando insieme alla scrittrice Lia Tagliacozzo il suo I carnefici italiani. Scene dal genocidio degli ebrei, 1943-1945(Feltrinelli) spiegava come il libro abbia voluto mettere in primo piano i carnefici italiani, perché “anche gli italiani sono colpevoli di genocidio: hanno raccolto, emarginato, controllato, catturato e poi consegnato ai tedeschi delle persone, su base razziale”. Colpevoli, dunque, anche se le morti non sono avvenute sul suolo italiano.
La presentazione del primo volume del Talmud, il trattato Rosh Hashanà (Giuntina), è stato introdotto dal direttore del Meis Simonetta Della Seta, che ha raccontato di un incontro da lei organizzato a Gerusalemme fra il cardinal Ravasi e rav Adin Steinsaltz, in cui il rav, per spiegare cosa sia il Talmud, ha raccontato di un lungo, lunghissimo pranzo familiare composto di varie portate, con lunghi intervalli di chiacchiere e discussioni fra un piatto e l’altro, per concludere: “Ecco, il Talmud è un po’ così, è come stare a pranzo con D.o”. Con lei sul palco Clelia Piperno, direttore del Progetto Talmud che ha raccontato la complessità di una sfida mai tentata prima, con una traduzione in italiano affrontata grazie a un team e a un comitato editoriale composto di dieci teste diverse, confessando: “E non vi dico la fatica di mettere d’accordo dieci persone, ognuna con le sue idee, e con una notevole autostima!”. Ruolo fondamentale nella pubblicazione, poi, ha avuto ovviamente l’editore, Shulim Vogelmann, che ha aderito al progetto senza avere chiaro cosa potesse significare dal punto di vista sia logistico che economico. “Non mi aspettavo neppure l’enorme successo che ha avuto il primo volume, ma non si può affrontare un progetto simile solo con la razionalità”. Sottolineando il parallelismo tra il progetto Talmud e il Meis, cantieri in corso, work in progress che sfidano coloro che li gestiscono e portano avanti anche per la complessità insita nel promuovere un progetto in corso, che non è finito, in una modalità molto ebraica. È stata poi Clelia Piperno a concludere l’incontro raccontando alcuni episodi che hanno reso l’atmosfera del gruppo di lavoro, un team in cui gli scontri e le discussioni sono all’ordine del giorno, in un arricchimento continuo. E provocata sul suo ruolo, donna in mezzo a tanti uomini, ha saputo far sorridere la platea rendendo il colpo: “Mi sono trovata benissimo. Va ricordato che le donne hanno più dimestichezza col noi che con l’io”.
Ada Treves twitter @atrevesmoked
(4 settembre 2016)