L’avvenire della superstizione

torino vercelliLa diffusione, sempre più pervasiva, di interpretazioni complottiste, che riducono la complessità e l’apparente indecifrabilità del reale ad un’interpretazione altrimenti diretta, lineare, antropomorfa (i responsabili del disagio che si sta vivendo sono sempre “altri” uomini e donne) e, soprattutto, di falsa “denuncia” dello stato delle cose esistenti, attribuendo infine qualsiasi evento all’azione di “forze occulte” (ma anche di non meglio precisati “poteri forti”), non è un residuo del passato ma la prospettiva alla quale rischiamo di consegnarci in un sorta di medioevo tecnologico. Nel quale all’evoluzione quasi esponenziale della massa di dati e informazioni trattati subentra, per molti cittadini, la crescente incomprensibilità degli effetti del mutamento. Il complottismo, infatti, non nasce da un difetto di conoscenza ma dal bisogno e dalla presunzione di potere conoscere il tutto, dominandolo con i nostri sensi e la nostra ragione. Altri parlerebbero di “società del rischio”, dove il vero scarto è tra l’ossessivo bisogno di prevedere e prevenire a fronte della mancanza di reali risorse collettive da disporre effettivamente in tale senso. Nonché della evidente impossibilità, dinanzi ad eventi che fuoriescono dalla sfera dell’azione e della diretta manipolazione umana, di agire anticipatamente: si possono costruire edifici a norma antisismica ma oltre certe soglie, eventuali scosse telluriche scaricano una tale quantità di energia da non potere essere fronteggiate con ciò che al momento l’ingegno umano mette a disposizione. Peraltro, quando entriamo nel campo della previsionalità, ambito al quale è connaturata un elevato grado di incertezza, abbiamo a che fare con atteggiamenti frequentemente incentivati dalle stesse autorità pubbliche. Le quali invitano le collettività a “precedere” il manifestarsi delle cose, presentando ciò come un fattore positivo poiché a garanzia dell’evoluzione dell’ordine sociale. Salvo, tuttavia, misurare su di sé, nel medio e lungo periodo, in termini di declinante credibilità, il costo di questa cesura tra astratta previsionalità ed effettiva capacità di prevenzione, quand’essa è estesa a tutta la popolazione. Un esempio classico, a tale riguardo, è l’estensione dei trattamenti previdenziali e pensionistici a buona parte della collettività: di per sé costituiscono un accantonamento di quote di remunerazione immediate a favore di benefici futuri (qualcosa che è conosciuto come “gratificazione differita”). La funzionalità di queste condotte collettive, gestite perlopiù dalla pubblica amministrazione o da soggetti privati autorizzati ad operare in sua vece, è evidente: si sottrae una parte dell’utilità immediata, la si mette da parte per poi utilizzarla quando, con l’avanzare dell’età, plausibilmente non si sarà più in grado di offrire una prestazione lavorativa di contro alla retribuzione che da ciò deriva. Fin qui si rimane agli aspetti fondamentali di un sistema di sicurezza sociale che si è affermato, non senza fatica, perlopiù solo negli ultimi centocinquanta anni, quelli della diffusione dei sistemi di garanzia collettiva, il cosiddetto Welfare State. Le nostre società si basano quindi su un profondo nesso tra previsione e prevenzione. La qual cosa, però, implica, la stabilità delle condizioni di vita e la comprensibilità (nonché la calcolabilità) dei processi a venire. Due cose che in questi anni sono invece profondamente cambiate, incidendo sul comune sentire. Rispetto al quale siamo invece in presenza di una sorta di profondo differenziale cognitivo, quello che intercorre tra aspettative e realtà, ovvero tra bisogno di protezione (incorporato nella “visibilità” dei processi sociali e nell’intervento di istanze, agenti e soggetti superiori, abbondantemente mitologizzati, come lo “Stato”) e lievitante sentimento di abbandono (derivante dal riscontro che le cose si dispongono in ben altro modo). Questo scarto quotidiano che si fa, nella percezione diffusa, scacco totale (“ci stanno ingannando”), rischia di divenire l’orizzonte emotivo per molte persone, defraudate dal sogno/bisogno di una calcolabilità totale ma anche private del ruolo consolatorio che, in società articolate come la nostra, svolgono quelli che vengono chiamati “corpi intermedi”, ossia l’insieme delle organizzazioni che mediano tra gli interessi e i bisogni degli individui, da una parte, e le grandi strutture impersonali, a partire dallo Stato, dall’altro. I corpi intermedi, infatti, hanno esercitato a lungo una duplice funzione: quella coalittiva (insieme possiamo ottenere qualcosa di più ma, soprattutto, possiamo dividerci meglio i costi dell’imprevedibilità, ammortizzandone collettivamente gli oneri) e quella riparativa (dando voce al bisogno individuale che si fa richiesta comune e, quindi, capacità di contrattazione), quindi risarcitoria (se una cosa ti accade te ne fai una ragione insieme ad altri e poi prosegui, confidando in un comune futuro migliore oltre a potere avere qualche compensazione materiale e morale). Il declino di soggetti collettivi come i sindacati, i partiti di massa, l’associazionismo rivolto alla cittadinanza (di contro al crescere di organismi e soggetti particolaristi, che enfatizzano la dimensione rivendicativa legata all'”identità” e al privato) è peraltro connaturato a quella che viene chiamata “crisi del ceto medio”. Un prodotto, quest’ultimo, della globalizzazione in atto, che sta rompendo le filiere sociali centrali delle società a sviluppo avanzato, avvantaggiando altri gruppi e altre comunità. La superstizione subentra quindi a riempire questo vuoto, agendo da vero e proprio ansiolitico e da inibitore dell’angoscia da mancanza di comprensione. Non basta stigmatizzarla e condannarla poiché essa non demanda alla comprensione e alla cognizione ma, piuttosto, all’emozione e al risentimento. Agisce quindi su un piano che non è quello della ragionevolezza bensì della razionalità rispetto ad un fine che, in questo caso, è di porre un freno al dilagare di un timore panico, quello di perdere il controllo della “situazione” che si sta vivendo e, con essa, di se stessi. Le teorie del complotto, in quanto strutture lucidamente deliranti, hanno una loro assoluta e incontrovertibile linearità e regolarità, non prestandosi a nessuna replica di merito. Quand’essa dovesse comunque presentarsi, anche in forma ineccepibile e comprovata, ci si sentirà rispondere, da chi crede nei complotti, che ciò che viene contro-affermato non è mai di per sé sufficiente a dimostrare la propria fallacia. Poiché il complottismo segue il percorso di qualsiasi ideologia, avendo ad oggetto non la realtà ma le costruzioni mentalizzate che si fanno su di essa. È, per l’appunto, la “logica di una idea”, e non una idea sulla logica. Sospetto sistematico, pregiudizio, teoria del complotto hanno in comune non solo la semplificazione della complessità ma anche la dichiarazione di principio che non esiste altra realtà plausibile che non sia quella che deriva dalla proiezione ossessiva delle proprie fantasie. Si tratta, nel qual caso, non di follia (anche se gli increduli astanti possono viverla in tale modo, subendone gli effetti deteriori), bensì di una sorta di realizzazione di quella istanza di autoaffermazione che parrebbe sentenziare: “se la realtà non si piega ai miei bisogni, tanto peggio per la realtà stessa, costruendomene una a mia immagine e somiglianza e condividendola con altri, in una sorta di comunione d’affetti”. Poiché i “complottisti”, intesi nel senso di coloro che denunciano l’esistenza di trame occulte in quanto ragione delle disgrazie collettive, si vivono come una comunità sentimentale e morale, condividendo un legame profondo che è generato dal riconoscersi reciprocamente come portatori di una consapevolezza superiore, quella che deriva per l’appunto dal dedicarsi allo smascheramento della congiura. L’indignazione si trasforma da risorsa civile in strumento per coalizzare gli arrabbiati e canalizzarne il risentimento verso obiettivi prestabiliti. Così, tra i tanti casi possibili, per le polemiche inverosimili, ingiuriose prima ancora che deliranti, sul declassamento dell’intensità dei terremoti a fini di calcolo politico o la campagna, a tratti allucinata, di alcuni soggetti contro la vaccinazione (obbligatoria), nel nome della lotta nei confronti delle “multinazionali della salute” e così via. Il campo della salute del corpo (quello individuale ma anche quello collettivo, la società, quest’ultima raffigurata come una sorta di organismo antropomorfico) è peraltro da sempre il terreno elettivo delle peggiori demenzialità. Si tratta di dinamiche settarie, che in prospettiva minano lo stesso principio democratico della cittadinanza, in sé altrimenti inclusivo e pluralista e non esclusivo e monista. Poiché il complottismo porta con sé, sempre e comunque, il corredo di una sottocultura del sospetto sistematico, dove una parte della società è indicata come causa delle difficoltà e dei problemi collettivi. Fa quindi riflettere il fatto che a dettare l’agenda politica concorrano, ai giorni nostri, forze politiche che proprio su di una visione basata sistematicamente sul complotto (quello che, in questo caso, sarebbe ordito dalle élite, perlopiù politiche, ai danni della collettività) stanno costruendo loro fortune. Il complottismo, peraltro, nella sua ragione intrinsecamente paranoica, non vive di semplici immagini create ad arte ma piuttosto dell’enfatizzazione ideologica di un qualche elemento della vita comune, decontestualizzandolo ed isolandolo come se fosse un assoluto. In altre parole, non deve inventare nulla ma, piuttosto, sottrarre un elemento dal suo contesto, facendolo poi divenire la chiave attraverso la quale presumere di capire come si muova il mondo. Studiando le strutture logiche dell’antisemitismo ci si trova spesso a confrontarsi con una tale disposizione d’animo. Si tratta di una forma di vera e propria falsa coscienza, capace di raccogliere intorno a sé molteplici e insospettabili consensi poiché si presenta come “denuncia” dell’inconfessabile trama occulta, disvelamento degli interessi celati, disoccultamento delle “autentiche ragioni” per cui il popolo (oggi evocato come “gente”), sarebbe indistintamente ingannato da forze tanto potenti quanto celate. Un classico, nei momenti di crisi da trapasso delle vecchie forme di organizzazione sociale in un qualcosa di nuovo, in sé poco o nulla preventivabile e ancora meno gestibile con le proprie sole forze. In poche parole: l’evoluzione tecnologica, sempre più accelerata, comporta sia una redistribuzione di risorse e di saperi che il riproporsi di diseguaglianze in società che pensavano di vederle invece attenuate; i centri di imputazione dei processi decisionali sono molto meno tangibili che in quel passato anche solo da poco trascorso, mentre gli effetti di decisioni sistemiche collassano letteralmente su intere comunità, concorrendo a trasformarne identità e spazi di azione; i destinatari di questi cambiamenti si trovano nella scomodissima situazione di dovere subire senza potere reagire se non individualmente, adottando strategie di sopravvivenza; la sensazione di spossessamento unita al senso del declassamento e al timore per il tempo a venire diventano il fertile terreno per il diffondersi del convincimento che la realtà sia di per sé un inganno e che quest’ultimo derivi dall’azione di soggetti tanto brutali quanto nascosti, smascherati i quali lo “stato delle cose” dovrebbe finalmente tornare alla quiete della prevedibilità. Una concatenazione, quest’ultima, che non riguarda una generica “ignoranza”, interrogandoci semmai sulla inquietante esistenza di una sorta di illuminismo capovolto, quello per l’appunto che deriva dalla necessità di illudersi al riparo di una falsa comprensione del significato degli eventi.

Claudio Vercelli

(6 novembre 2016)