Periscopio – Laboratorio aperto
Un incontro di rilevante interesse, alla presenza di una platea particolarmente numerosa di studenti e docenti, si è svolto negli scorsi giorni, nell’Università degli Studi di Salerno (su iniziativa dei dipartimenti di Scienze del patrimonio culturale, Scienze giuridiche, Scienze politiche, sociali e della comunicazione, dell’Osservatorio interdipartimentale per la Memoria e la legalità, del Centro interuniversitario di ricerca bioetica e del Laboratorio di antropologia Annabella Rossi), in occasione della presentazione dell’Osservatorio interdipartimentale per la Memoria e la legalità dell’Università di Salerno, sul tema: “Memoria, identità, futuro: ebraismo ed educazione”.
Il convegno (al quale hanno partecipato Stefano De Matteis, Annibale Elia, Antonella Castelnuovo e altri studiosi oltre al sottoscritto) ha dato l’occasione di presentare al pubblico due volumi di grande importanza, che hanno già attirato l’attenzione di ampie fasce di studiosi, e che, prevedibilmente, continueranno a lungo a stimolare una riflessione e un dibattito tra le persone interessate alle tematiche ebraiche: ci riferiamo al volume, curato da Antonella Castelnuovo, L’ebraismo dei grandi educatori del ‘900. Le religioni come sistemi educativi, Belforte, Livorno, 2016 (contenente i testi delle relazioni pronunciate in occasione del Convegno di studi svoltosi alla Camera dei deputati nel maggio 2015, e poi all’Istituto Pitigliani di Roma nel settembre dello stesso anno), e a quello, scritto dalla stessa Castelnuovo e da Bella Kotik-Friedgut, Vygotsky and Bernstein in the Light of Jewish Tradition, Academic Studies Press, Boston, 2015. Impossibile, nel ristretto spazio di questa breve nota, dare conto dei numerosi argomenti trattati nella mattinata dell’incontro salernitano e, ancor più, nelle pagine dei due libri, nel primo dei quali vengono affrontati, da parte di una molteplicità di studiosi ed esperti, una grande varietà di problemi, tutti di grande rilevanza (quali il significato e le specifiche caratteristiche dell’educazione nell’ebraismo, la funzione educativa del Talmud, l’insegnamento ebraico della matematica e della finanza, il valore pedagogico del gioco, la didattica della Shoah, il rapporto tra lingua e insegnamento, la stampa e il giornalismo ebraici, la relazione tra storia e memoria, l’educazione interreligiosa ecc.), mentre nel secondo viene ricostruito il messaggio delle grandi figure di Vygotsky e Bernstein, tra i padri della moderna psicologia e sociologia.
Ci è sembrata particolarmente interessante, in tempi in cui, in diversi contesti, e da diversi punti di vista, si fa un gran parlare di identità ebraica, l’attenzione che è stata portata sul carattere dinamico ed evolutivo di tale identità, che non è soltanto qualcosa che si trasmette, di generazione in generazione, ma che, soprattutto, in tale continuo passaggio, si crea, si costruisce, in un rapporto nel quale la funzione dei discenti è altrettanto attiva e formativa dei quella dei docenti. La domanda, che è stata reiteratamente posta, su quale diritto abbiano le generazioni precedenti di imporre a quelle a loro successive le forme del sapere da loro ricevute ed elaborate, assume, nell’ebraismo, un significato peculiare, dal momento che l’educazione ebraica appare fortemente fondata, da sempre, su un ruolo da protagonista dell’allievo, che, è chiamato non solo ad apprendere dal maestro, ma anche a superarne e contraddirne l’insegnamento, il metodo e la logica (il buon maestro, è scritto, è quello che educa allievi in grado di contestarlo). La fissità e l’immodificabilità della lettera della Torah, in tale prospettiva, più che una rigidità e un condizionamento, appare piuttosto come uno stimolo a una continua, libera ricerca di senso, che ha in tale lettera solo un punto di avvio e di partenza. Quel che è certo, e che è emerge con forza dalle due pubblicazioni e dal dibattito ad esse seguito, è che i debiti delle moderne forme di educazione e trasmissione del sapere nei confronti dell’ebraismo sono immensi: la funzione istruttiva delle attività ludiche, per esempio, è da sempre un caposaldo della pedagogia ebraica, l’ipertesto è già presente nel Talmud, gli espedienti dei grafici contemporanei per attirare l’attenzione del lettore erano già sperimentati con successo dai compilatori ebrei del Medio Evo; e gli odierni ‘file’, che circolano di continuo sui nostri computer, hanno il loro precedente, come notato dalla Castelnuovo, nei ‘tefillìm’ e nelle ‘mezuzòt’, che, da millenni, permettono a dei piccoli rotoli di pergamena di accompagnare gli ebrei osservanti nel loro cammino quotidiano, irradiando, come una luce elettrica, quei significati sempre uguali e sempre diversi.
Francesco Lucrezi, storico
(23 novembre 2016)