MUSICA E LINGUAGGI La poesia di un processo creativo
Dopo vent’anni di promesse mancate e di attese deluse, è arrivato il Nobel per Zushe ben Avraham, alias Robert Allen Zimmerman, alias Bob Dylan. I suoi testi – Blowin’ in the Wind, The Times They are a-changing, Mr Tambourine Man, Desolation Row, It’s All Right, Ma (I’m only bleeding), Not Dark Yet, A Hard Rain’s Gonna Fall, Masters of War, e infiniti altri – costringono oggi a rivedere e ad ampliare l’idea di ‘letteratura’, a dispetto di pedantesche e superate distinzioni. Un Nobel molto discusso. In effetti, è l’investitura di un artista che ha recuperato e rielaborato la cultura popolare e la tradizione folk per fonderle con la letteratura tradizionale in un modo tanto significativo e originale che le sue liriche hanno costituito un punto di non ritorno. La motivazione ufficiale – “ha creato una nuova espressione poetica nell’ambito della tradizione della grande canzone americana” – suona riduttiva, perché il peso della sua influenza sulla poesia e sulla canzone d’autore – ma è stato anche pittore, scultore, scrittore, attore, regista, conduttore radiofonico – è incalcolabile. Allen Ginsberg ha affermato che Dylan ha affrancato la poesia dalla carta stampata e dalla polvere delle biblioteche per riportarla fra la gente comune; ha ricostituito, cioè, il legame perduto, spesso osteggiato, tra la musica e le origini rapsodiche della poesia. Come Omero o Saffo, Dylan scrive testi poetici per accompagnamento musicale. Il riconoscimento a Dylan abbatte le barriere fra la letteratura ‘alta’, scritta, e la letteratura ‘bassa’, orale, e che dovesse spettare proprio a lui appare scontato; l’amico Leonard Cohen, altro candidato in pectore, ha detto che assegnare il Nobel a Dylan “è come dare una medaglia all’Everest perché è la montagna più alta”. Artista poliedrico, Dylan ha esplorato quasi tutti i generi della tradizione musicale americana, affrontando tematiche religiose, filosofiche e civili, sfidando cultura e controcultura del suo tempo: paladino del Folk Revival, profeta della rivoluzione giovanile, pioniere del rock elettrico, cantore della crisi intellettuale degli anni Settanta, ha avuto modo, nel breve periodo in cui fu esponente della poesia beat, di sopravanzarne largamente ogni interprete. La sua corsa frenetica ha avuto una sola battuta di arresto nel 1966, in seguito a un incidente motociclistico, quando cadde in una crisi compositiva che lo stava per condurre al ritiro dalle scene: lo superò riscoprendo le proprie radici ebraiche. Nel maggio del 1972, infatti, Dylan, in visita al Yeshiva della Diaspora sul Monte Sion, a Gerusalemme, disse al rabbino Yoso Rosenzweig “Sono ebreo. Tocca la mia poesia e la mia vita in modi che non so descrivere”. Due anni dopo avrebbe incontrato Norman Raeben, un maestro di pittura e cultore di ebraismo, filosofo della percezione ed esponente della Ashcan School of Painting, movimento pittorico che trasponeva nell’arte i paradigmi del pensiero rabbinico. Norman Raeben, al secolo Numa Rabinowitz, figlio di Scholem Aleichem, lo rimise in contatto con le Muse. Le sue lezioni gli permisero di portare a maturità la propria poetica, e Blood on the Tracks ne è il primo grande risultato, oltre che l’avvio di una delle più celebrate trilogie della storia della canzone d’autore. A legare Dylan all’ebraismo, oltre alla famiglia, ai ricordi del suo bar mitzwah, e del bar mitzwah di un suo figlio al Muro del Pianto, è il senso di appartenenza. L’album Infidels, considerato uno dei dischi più sionisti della storia del rock, contiene Neighborhood Bully in cui alza la voce a difesa di Israele, stato e popolo. Il bullo del quartiere cacciato da ogni nazione ha vagato esule per il mondo ha visto la famiglia dispersa, il suo popolo braccato, a brandelli è sempre sotto processo per essere nato è lui il bullo del quartiere Ma c’è dell’altro. Uno dei segreti della sua poetica lo rivela a proposito di Tangled Up in Blue: “Stavo solo cercando di scriverla come fosse un quadro in cui vedi le diverse, singole parti, ma vedi anche il dipinto nel suo insieme”. Dylan sembra pensare alla struttura della pagina del Talmud, con il testo circondato da altri testi, come un diamante incastonato in un anello di pietre preziose, un modello definito “oreficeria grafologica”. Come nel Talmud, nei testi di Dylan non vi è gerarchia spaziale o temporale: passato, presente e futuro dialogano instancabili sviscerando inesauribili letture, come se tutto fosse imprigionato in un eterno presente. In una dialettica dell’inesauribile, Dylan cerca di fissare l’inafferrabile con testi poetici che, mentre aspirano alla perfezione, non riescono a darsi una fine. A interessarlo non è infatti il prodotto finito, ma il processo creativo, la poesia nel suo farsi: una scrittura aperta, ebraicamente ‘messianica’ la si potrebbe definire. Le canzoni sono per lui esseri viventi, figli di un eterno presente nel quale camminano con le proprie gambe, rifiutandosi di restare incastonate in dischi che Dylan, come ha spesso dichiarato, registra mal volentieri e rifiuta di riascoltare. I suoi testi e le sue musiche rifiutano di esaurirsi e si evolvono in ogni concerto come il loro autore, che fin dagli anni Ottanta si accanisce su di loro più di cento sere l’anno, e con le infinite revisioni del suo Never Ending Tour scontenta instancabilmente i pubblici di tutto il mondo, senza distinzione alcuna, che si tratti di suonare per il Papa, o in un casinò di Las Vegas. Anticipatore di tendenze e mai epigono di se stesso, dai tempi delle lezioni di Raeben, come si legge nelle motivazioni del premio, ha “reinventato se stesso costantemente, creando sempre nuove identità” e ha continuato a creare linguaggi poetici nuovi, mescolando generi e forme in un onnivoro plurilinguismo. Meritato dunque il Nobel di quest’anno a un poeta che ha intessuto messaggi densi di onesta e umana problematicità e di inesauribile profondità tematica; meritato il premio a un aedo che, uscendo dai rigidi limiti della letteratura ‘alta’, ha saputo fissare nell’immaginario collettivo figure inafferrabili in continuo mutamento, perennemente assicurate al presente della storia, come il suo tour e la sua carriera, in un cammino che non prevede sosta. Neppure per il Nobel.
Fabio Fantuzzi, Pagine Ebraiche, novembre 2016