Le uova del serpente
Non è più un “onorevole” ma rimane un “politico”, quindi un nemico. Poiché, argomentano certuni, la “gente” ha un nemico, ovvero i politici, tanto più se di professione. D’altro canto, l’esercitarsi in inutili distinguo (sta a Montecitorio o a Palazzo Madama? Fa il consigliere comunale o regionale? Sta a destra, a sinistra o magari in un qualche luogo qualsiasi della politica, magari in un cantuccio tutto suo?) non è cosa nella quale possano inutilmente trastullarsi coloro che si sentono invece autorizzati all’immediato ricorso alle vie di fatto. Quisquilie e pinzillacchere, per i centurioni della furia redentrice. Identificato tra la folla, comunque nella “piazza”, finalmente restituita per un attimo al “popolo”, additato quindi al pubblico ludibrio, va pertanto fatto oggetto non solo dei vituperi di prassi ma di un vero e proprio “arresto”, nel nome di quella stessa “gente” di cui si dice di fare le veci, dando così legittimo sfogo alla rabbia che cova di dentro. L’aggressione squadrista, in puro stile primi anni Venti, ai danni di Osvaldo Napoli, già deputato della Repubblica italiana (in questi casi l’appartenenza al gruppo parlamentare è del tutto irrilevante, anche perché ad essere colpita sono la funzione e il mandato svolto dalla persona, quindi la sua investitura simbolica, e non la collocazione politica come tale) è un fatto gravissimo. In quanto segno a sé stante dell’ulteriore imbarbarimento della vita politica, è purtroppo destinato a rimanere sommerso dai boati di vicende più grandi, catalizzatrici dell’attenzione, spesso morbosa, dei tanti. Avviene inoltre in una città come Roma, dove tutto sembra volgersi verso un declino inarrestabile. Poiché alla realtà della normale contrapposizione di interessi, alle scelte manifeste, al conflitto legittimo tra posizioni diverse si sostituisce una sorta di inabissamento collettivo, generato da una deficienza oramai totale di direzione della cosa pubblica. Destinata, in quanto tale, ad essere sempre di più terreno di incursione di gruppi di pressione privati, intenti a spartirsi l’appetitosa torta dei beni collettivi. Ma rimane la ferita, inferta da subito contro una persona. Così come, in immediato riflesso, l’offesa esercitata non tanto contro il ceto politico in quanto tale bensì nei confronti dell’agibilità democratica degli spazi collettivi e, quindi, contro la libertà e la sicurezza di ognuno di noi. È quindi osceno il richiamarsi alla diversità di opinioni (se non la penso come l’aggredito allora mi sento poco partecipe nella condanna della violenza che ha subito, poiché, in fondo, nutrendo certe idee e agendo di conseguenza un po’ se l’è cercata) per cercare di rendere meno inaudito l’impatto della violenza gratuita. Come se il cliché da adottare fosse lo scambio tra empatia difettante e indulgenza crescente. Così come è patetico il derubricare l’atto a evento occasionale, evocando il riscontro che nella politica l’alzare le mani non è, in fondo, una novità. Non stiamo parlando di politica, infatti, ma di violenza squadrista. Il fuoco è quindi ben altro, avendo ad oggetto, sia pure in forma ancora simbolica, l’annientamento del “nemico”. Nel nome di un presunto diritto alla prevaricazione (con il richiamo addirittura al «codice penale», la cui attuazione sarebbe di competenza di alcuni facinorosi, autoproclamatisi esponenti della rivalsa collettiva) che si riformula come legittimo esercizio di ricorso alla violenza contro un privato. Colpisce, al riguardo, l’incongruo atteggiamento delle forze dell’ordine, presenti allo squallido “spettacolo” che nel mentre veniva messo in scena. Quasi che la tracotante pagliacciata potesse essere tollerata, almeno per un po’, prima di fare per davvero qualcosa, intervenendo però quando già “tutto” si era consumato. Più plausibilmente la loro palese inibizione ha costituito un involontario omaggio ad una dilagante pseudocultura, profusa a piene mani dai mezzi di comunicazione, ed ossessivamente ripetuta ogni giorno sugli schermi televisivi, per cui il mettere alla berlina un personaggio pubblico sarebbe una sorta di segno, in sé tollerabile, di contropotere. Ma a pensarci bene, se le cose dovessero stare per davvero così, si tratterebbe allora addirittura di un’aggravante. L’aggressione ai danni dell’ex onorevole, infatti, potrà anche costituire un gesto a se stante ma esso si inquadra comunque all’interno di un generalizzato processo di decadenza della dialettica pubblica attraverso la sua riduzione a mera sopraffazione. Verbale prima, fisica poi. In quanto il ricorso al finto arresto – così è stato presentato il tutto dagli aggressori – coniuga, nel medesimo tempo, il convincimento di potersi fare una qualche giustizia da soli, l’idea di essere titolari di una deroga assoluta dalle leggi repubblicane e l’arroganza di chi ritiene che i tempi siano maturi per usare lo smarrimento altrui a proprio beneficio. Non è il sintomo di un’assenza di galateo o di un eccesso di condotta aggressiva ma il viatico verso l’eversione quand’essa costituisce istigazione alla soppressione del “nemico”. La retorica della violenza fisica del gruppo contro l’indifeso, in quanto spontaneo risarcimento per l’“espropriazione” e il conculcamento che i politici avrebbero fatto dei diritti del “popolo”, è un tipico modo di agire dei fascismi. Dei tempi trascorsi come di oggi. Ossia di sempre. La concreta modalità, poi, inquieta ancora di più. I fotogrammi dell’aggressione sono chiarissimi e rimandano solo in parte all’insopportabile dinamica dei vecchi pestaggi di quarant’anni fa, quando ci si pestava tra “rossi” e “neri”. Poiché qui c’è l’aggravante, se così si può definire, che essa non è il prodotto della contrapposizione, al medesimo tempo meschina e ferale, di un gruppo contro il singolo membro di un altro gruppo, colto isolatamente, ma la manifestazione di una sorta di “punizione redentrice” nei confronti di un individuo che rappresenterebbe, per il fatto stesso di esistere ed avere assolto ad alcune funzioni in base ad un mandato pubblico, non importa in quale maniera, il male in persona. Un uomo minuto, non più giovane, spiazzato, sconcertato, a tratti inibito, che in un primo momento pensa d’essere di fronte all’ennesimo rituale carnascialesco al quale sottoporsi suo malgrado, assecondando gli insulti con un sorriso tanto obbligato quanto strappato dalle circostanze. Per poi invece scoprire, angosciato, che coloro che lo hanno “catturato” stanno passando alle vie di fatto. La sproporzione tra la paura del singolo indifeso e la determinazione feroce e belluina del gruppo, dinanzi alla preda dell’esponente pubblico involontariamente caduto nella rete, non è il risultato di un confronto politico ma, semmai, il suo azzeramento totale. Dopo di che si entra nelle sperdute e immense lande della violenza giustizialista, quella che perdona se stessa poiché è impegnata ad eseguire le condanne che ha emesso per conto proprio. In un bell’articolo comparso il 15 dicembre su il Foglio quotidiano, Salvatore Merlo ha messo in chiaro quale sia quella che definisce con grande efficacia la «cultura del linciaggio». Che ha molto da spartire con la demenza digitale; con la riduzione di qualsiasi forma di “opposizione” ad una commistione tra impotenza, aggressività e ricorso alla licenza di sopraffare; con il maniacale ricorso alla “denuncia” a prescindere, nel convincimento che il conflitto politico si giochi non solo sulla delegittimazione dell’avversario ma anche e soprattutto nella sua disumanizzazione e diabolizzazione; con la trasformazione delle questioni sociali e dei percorsi amministrativi in mera materia giudiziaria. C’è una lunga genealogia, al riguardo, e non trova solo in alcune derive degli anni Settanta il suo fondamento bensì nella caduta libera che da più di vent’anni la politica sta subendo, venendo trasformata da agone conflittuale governato tuttavia da regole complesse, mutevoli e comunque condivise, in un terreno di scorribande per avventurieri che, rivestendo i panni di finti Robin Hood, concorrono in maniera parassitaria a disintegrare la coesione civile. Ovviamente nel nome della “gente”, di quel popolo che, dicendo di volere tutelare, stanno invece definitivamente espropriando di qualsiasi prospettiva a venire.
Claudio Vercelli
(18 dicembre 2016)