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L’arte della morte

torino vercelliLa visione apocalittica del mondo che accompagna lo jihadismo coniuga la diabolizzazione degli ebrei, la visione complottistica degli ordinamenti umani (la saldatura tra “crociati”ƒ , americani e, più in generale, non musulmani, con i “sionisti”) nonché la retorica del sacrificio personale come «martirio» di sé e distruzione fisica degli altri. Già all’atto della fondazione del “Fronte islamico mondiale per il jihad contro gli ebrei e i crociati”, nel febbraio del 1998, quando fu formalizzata e pubblicata la sua Dichiarazione di nascita, firmata da Osama Bin Laden e Ayman al-Zawahiri, l’intendimento era nettamente esplicitato. Le cose hanno poi assunto quelle pieghe della storia più recente che ci sono maggiormente note. La genealogia, tuttavia, risale al passato. Il marchio d’origine, infatti, rinvia ancora una volta ai Fratelli musulmani. Le successive rielaborazioni, passate anche attraverso l’attiva mediazione del gran mufti di Gerusalemme Haj Amin al-Husseini, (uno dei più importanti registi nell’evoluzione del radicalismo islamista nel momento del suo definitivo transito dal suo stadio iniziale di movimento culturale e d’ispirazione neoreligiosa a progetto politico), hanno assunto in pieno la centralità della “questione sionista”. Due considerazioni si impongo, al riguardo. La prima di esse rimanda al fatto che l’islamismo radicale non è esclusivamente una versione accentuata (e rancorosa) del pensiero musulmano. Semmai ne rappresenta una sorta di superamento, identificando infatti nel proprio campo il primo bersaglio sul quale esercitarsi. Come ogni forma di totalitarismo ha bisogno di “depurare” prima di tutto ciò che gli sta intorno, distruggendone la varietà e il pluralismo, per poi procedere oltre, ossia verso altre mete. Le comunità islamiche non conformi sono quindi l’immediato bersaglio sul quale esercitarsi, riordinandole ferocemente, in quanto sottoposte alla pressione tellurica della violenza, in base al proprio comando. L’essenza del jihadismo è quindi il ricorso alla paura, che è tanto più forte quanto più viene introiettata come regola nelle relazioni sociali. Il ricorso sistematico alla ferocia, esibita e rivendicata, serve pertanto a questo obiettivo. Non è un gratuito esibizionismo, l’omaggio al gusto per l’orrido bensì uno strumento di potere. Anzi, per più aspetti la dichiarazione che il “vero potere” è essenzialmente barbarico nella sua originaria radice. Dinanzi a ciò, molti possono rifuggire inorriditi; altri, tuttavia, ne rimangono sedotti e quindi coinvolti. Non c’è bisogno che i secondi costituiscano moltitudini. Semmai necessita che siano in grado di condizionare i primi, la grande maggioranza delle persone, nella loro vita quotidiana. Detto questo, la seconda considerazione da fare è che il jihadismo è innanzitutto un fenomeno militante, ossia basato sulla presenza attiva di un numero sia pure ristretto di “iniziati”. Al medesimo tempo, la sua ossatura ideologica ruota esclusivamente intorno al “jihad sulla via di Dio” (e qui si usa intenzionalmente la minuscola, per rimarcare la manipolazione della parola nonché la sua impronunciabilità) inteso come obbligo rivelato, ossia come il sesto pilastro della fede. Esso surclasserebbe i cinque precedenti, invece inutilmente praticati dai musulmani non “militanti” (intesi quindi come comunità di fedeli quietisti, da piegare e rieducare con la forza). La nozione di jihad intesa e praticata dalla filiera jihadista scardina le fonti tradizionali. Ne costituisce, infatti, un ribaltamento per più aspetti. Il jihadismo lotta non solo contro ciò che qualifica come empietà, apostasia e “ignoranza” ma anche e soprattutto per una peculiare idea di società, permanentemente mobilitata in uno spasmodico sforzo e in un continuo impegno contro quanto è denunciato come permanente minaccia. In altri termini, tutto ciò che fuoriesce dal proprio perimetro identitario, altrimenti ricondotto ad oggetto di ossessivo controllo. Hassan al-Banna, alla fine degli anni Trenta (un periodo non casuale, essendo il momento della fioritura storica dei peggiori totalitarismi), parlava, tra le altre cose, di “arte della morte”, rifacendosi ancora una volta al martirio “sulla strada di Dio” come ad un dovere e, al medesimo tempo, un ideale per ogni autentico musulmano: “ad una nazione che perfeziona l’industria della morte e che sa come morire, Dio dona una vita fiera in questo mondo e la grazia eterna nella vita a venire». Di veri credenti, per al-Banna, ce ne erano pochi. La missione sua e della sua parte politico-ideologica era quindi quella di stabilire chi dovesse essere ritenuto tale – una minoranza eletta – e quanti, invece, dovessero essere trattati, nella migliore delle ipotesi, come soggetti da redimere. Nel 1943, in piena guerra mondiale, il medesimo autore islamista definiva la «guerra santa» nella sua natura di combattimento totale, globale, rivoluzionario, eversivo ma anche permanente: «il primo livello del jihad consiste nell’espellere il male dal proprio cuore; il grado più elevato è la lotta armata per la causa di Dio. I livelli intermedi sono gli sforzi per la parola, la penna, per la mano e l’idea di verità che si inviano [e contrappongono] alle autorità ingiuste. Il nostro movimento di apostolato non può vivere che attraverso il combattimento». In tale quadro, il riferimento agli ebrei si inserisce, passo dopo passo, come definizione di un bersaglio prediletto. Il lievitare del confronto tra l’Yishuv e una parte del mondo arabo, in quegli anni, costituiva la cornice adeguata per provvedere ad una drammatizzazione sistematica della propria proposta ideologica. Laddove questa segnava il passaggio del jihad da mezzo individuale (e perlopiù spirituale o comunque di natura prevalentemente difensiva) a fine in sé. Un salto di qualità, per così dire, che per realizzarsi ha la necessità di dotarsi di un nemico assoluto, nei confronti del quale esercitarsi istericamente. Il «sionismo» era allora il nuovo orizzonte contro il quale orientarsi. Di lì a non molto, complice il contributo di al-Husseini, anche il tema dell’«antimperialismo» si sarebbe definitivamente saldato con un antigiudaismo di nuovo conio. Per il gran muftì di Gerusalemme, infatti, la possibilità di generare un movimento nazionale palestinese sotto la sua direzione si era identificata, già con la fine degli anni Venti, con la guerra contro gli ebrei e l’ebraismo. Il jihadismo odierno, quindi, si alimenta di questa filiera storica e ne rivendica a pieno titolo l’eredità. Si tratta, a modo suo, di una “tradizione” quasi centenaria, che si inserisce a pieno titolo dentro la logica dei movimenti politici che ricorrono a discorsi teologici ed escatologici per capovolgere il senso della vita rivestendolo del gusto per la morte. Non si tratta di una novità ed anche per questo ci si dovrà confrontare a lungo con questa brutale deriva della ragione umana.

Claudio Vercelli

(19 febbraio 2017)