ETICA La via ebraica tra giustizia e compassione
Massimo Giuliani / LA GIUSTIZIA SEGUIRAI / Giuntina
Massimo Giuliani è docente di pensiero ebraico all’Università di Trento e di filosofia ebraica presso il diploma universitario in studi ebraici dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Autore prolifico, il suo ultimo lavoro per Giuntina si intitola “La giustizia seguirai – Etica e halakhah nel pensiero rabbinico”, una riflessione di ampio respiro sul delicato rapporto tra etica e normativa halakhica. È possibile esporre e comprendere un tema così complesso “stando su un piede solo”, ossia in poche e semplici formule? È certamente impresa ardua, che diventa però affascinante quando a tentarla è uno studioso di vasta preparazione, che tenta di tradurre il contenuto di passaggi dei Testi, delle fonti rabbiniche, delle opere dei grandi pensatori, in capitoli comprensibili a un lettore che non vi abbia facilità di accesso. Spaziando anche tra molti e importanti temi di attualità.
Professore, perché un saggio su etica e halakhah?
Nel dibattito attuale sull’ebraismo, e dentro lo stesso mondo ebraico, affiora spesso il sospetto che vi sia un conflitto tra laici e religiosi, “universalisti” i primi e “particolaristi” i secondi, difensori dei principi etici i laici e paladini dell’halakhah i religiosi. In questo testo ho cercato di mostrare che si tratta di una falsa contrapposizione, perché, sebbene la tradizione rabbinica ben conosca la distinzione tra precetti con base etica e razionale e precetti in apparenza solo rituali, la dimensione etica pervade tutta l’halakhà, ossia lo sforzo rabbinico di “fare una siepe” intorno alla Torah per proteggerla e implementarla ad ogni generazione.
In queste pagine ho voluto documentare come la feconda tensione tra le due dimensioni sia una costante del pensiero ebraico, dall’epoca di Hillel e Shammai, e poi Rabbi Aqiva e Ben Azzai, fino ai nostri giorni, ai dibattiti tra Rav Joseph Soloveitchik (uno dei maggiori pensatori dell’halakhà in epoca contemporanea) e i suoi migliori allievi: i rabbini Aharon Lichtenstein, Walter Wurzburger, David Hartman. Passando ovviamente attraverso la grande riflessione di Maimonide, che è estremamente preoccupato di presentare le mitzvot come strumenti per l’elevazione morale e intellettuale dell’essere umano.
Nel suo testo in diversi capitoli l’etica ebraica è posta in correlazione con temi di attualità o contemporanei: il lavoro, l’ecologia e l’opzione vegetariana, i diritti umani, la laicità. In che modo la tradizione ebraica può contribuire al pubblico dibattito su alcuni temi?
Volendo presentare in modo meno incompleto possibile la riflessione ebraica sull’etica, soprattutto a partire dalle fonti rabbiniche, non potevo ignorare le implicazioni sociali e politiche che essa contiene: è un fatto che quelle fonti sono ricche di principi e intuizioni di grande valore per le emergenze etiche del nostro tempo. Qual è il confine tra uso e abuso delle risorse naturali? Fin dove possiamo intervenire nella manipolazione della natura, soprattutto umana? E soprattutto cosa è natura e cosa è legge? Se Torah e halakhah non danno risposte preconfezionate e tantomeno assolute, tuttavia offrono molti criteri ed esempi per cercare un compromesso tra soluzioni opposte ed estreme. La laicità, poi, a ben vedere, nasce dalla rivelazione sinaitica, che desacralizzando il creato fa spazio da una parte a una concezione laica del mondo e dall’altra a percorsi di santificazione della vita attraverso le mitzvot. Non è esagerato dire che gli ebrei, insieme al monoteismo (e forse più dello stesso monoteismo, a cui anche alcuni filosofi greci erano arrivati) hanno dato alla civiltà mondiale soprattutto uno sguardo etico sulle relazioni umane, e tra gli umani e gli altri esseri viventi.
Stella polare del suo testo è il dettame della Torah: “La giustizia, la giustizia seguirai” (Deuteronomio, 16.20). La giustizia è un valore centrale nell’ebraismo. Quali le implicazioni di tale rilevanza, di tale centralità?
Il concetto di tzedeq, di giustizia, è un perfetto esempio dell’eccellenza dell’etica ebraica. E’ un valore così alto – giustamente lei ha detto una stella polare – che i rabbini lo hanno elevato ad attributo fondamentale di Dio. L’altro è la misericordia. E sono attributi inseparabili, come ben ci ricordano le preghiere di Rosh haShanah e Kippur. Da tzedeq deriva il concetto e la prassi della tzedakah, che come dice il profeta Isaia deve sorgere dalla terra, dal basso, da noi, come risposta, anzi imitazione della giustizia divina. Tzedakah significa molte cose concrete, non è solo la carità che diamo a chi ha bisogno ma include ogni sforzo necessario per ridare dignità a chi l’ha perduta, per eliminare le umiliazioni dovute alle ineguaglianze sociali ed economiche, per superare le ingiustizie strutturali in una comunità o nella società. Approfondendo il concetto di giusto si scopre che non esiste vera giustizia senza un suo sconfinamento nel chesed, nella pietà, ovvero nell’amore. Ancora una volta la riflessione religiosa, teologica per così dire, del pensiero rabbinico serve a illuminare la stessa prassi etica, che, ripeto, è diretta non solo ai rapporti tra esseri umani ma anche al resto del creato, agli animali e al mondo vegetale. I racconti dei chassidim sono pieni di esempi di tzedakah e di chesed, atti minuti di giustizia e di amore verso tutto il creato.
Il suo lavoro si chiude con una riflessione sul concetto di tiqqun ‘olam, anche in relazione alla Shoah. Come si colloca e che significato ha, nel contesto della storia e della tradizione ebraica, una tragedia come quella rappresentata da Auschwitz e dallo sterminio?
La Shoah e la fondazione dello Stato di Israele sono i due eventi che hanno cambiato radicalmente la storia del popolo ebraico in età contemporanea, trasformando il modo in cui gli ebrei percepiscono se stessi nel novero delle nazioni. Una delle più grandi sfide dopo questi eventi è stata quella di dare continuità al sistema di valori etici ereditati dalla tradizione. Auschwitz ha messo a dura prova la fiducia di Israele nell’uomo. E tuttavia, come ha detto il rabbino e filosofo Emil Fackenheim, gli ebrei hanno ascoltato la voce del Sinai anche nella tragedia di Auschwitz, e la loro risposta è stata quella di non disperare, di non perdere la speranza né in Dio né nell’uomo. Lo Stato di Israele è l’incarnazione di tale speranza e, come tale, è la risposta più significativa del mondo ebraico all’anti-etica e all’anti-umanesimo del nazismo. Si pensi all’esercito di Israele, il cui codice etico è tra i più alti al mondo (quanti sistemi militari ne possiedono uno, e si sforzano di applicarlo come fa Israele?). Il tiqqun ‘olam è un concetto giuridico antico – risale al Talmud – per descrivere questa volontà di emendare le ingiustizie, per compensare gli squilibri, per rettificare ciò che è storto (secondo il bel titolo dello scrittore Joseph Agnon: “E il torto diventerà dritto”. Dritto, ossia ‘diritto’, giustizia). Nel compito di aiutare l’umanità ad essere migliore di quel che è, i figli di Israele vedono niente meno che un modo per aiutare Dio a redimere il mondo. Non si tratta di una missione di per sé religiosa. Si tratta, a mio modo di vedere, di un imperativo etico universale, di cui abbiamo un modello particolare e concreto proprio nell’halakhah.
Marco Di Porto