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ORIZZONTI Europa, movimenti senza fughe

statisticaSono molti i politici e i giornalisti che negli ultimi tempi hanno affermato che il numero di ebrei che stanno lasciando l’Europa è in aumento, e che si tratta di un dato drammatico. Ma è vero? Dal 2000 i dati sulla migrazione ebraica verso Israele mostrano differenze evidenti tra due gruppi di paesi europei. Il trend presente in Francia, Italia e Belgio evidenzia numeri che vanno dalle due volte e mezzo (per il Belgio) alle sei volte e mezzo i dati medi relativi al periodo compreso tra il 1976 e il 2015. Nel Regno Unito, in Germania e in Svezia non si registrano variazioni statisticamente significative. Molte ricerche portate avanti negli ultimi decenni hanno studiato e analizzato la popolazione ebraica europea, cercando di capire e raccontare quanto sia forte la percezione di un pericolo o quanto, al contrario, gli ebrei in Europa si sentano al sicuro. L’ultimo lavoro di Daniel Staetsky, intitolato “Are Jews leaving Europe?”, ha un approccio differente: analizza le reazioni degli ebrei europei a ciò che succede intorno a loro. Staetsky – Senior Researcher Fellow dell’Institute for Jewish Policy Research di Londra – ha scelto di basarsi sui comportamenti, da lui ritenuti più affidabili come misura di opinioni e atteggiamenti. I movimenti migratori sono un elemento molto rilevante nella demografia ebraica: gli ebrei tendono a spostarsi da un paese all’altro, sia come risposta ai mutamenti delle condizioni economiche che al clima politico. Se non si sentono benvenuti in Europa, molto semplicemente, se ne vanno. In Europa sono due i processi rilevanti, da un punto di vista ebraico: la trasformazione demografica, dovuta principalmente ai movimenti migratori significativi provenienti da Medio Oriente, Africa e Asia, interroga i concetti stessi di integrazione e di acculturazione. In contemporanea una ripresa del ragionamento sul passato coloniale del continente e la nascita e successiva crescita dell’estremismo islamico hanno portato al tentativo – sia intellettuale che anche molto carico di emotività a volte eccessiva – di comprendere il significato di una trasformazione così importante e di capire a cosa può portare, e quali saranno le trasformazioni anche future delle istituzioni e delle tradizioni europee. Le comunità ebraiche, indipendentemente dal loro grado di religiosità o di impegno stanno cercando di comprendere l’impatto delle trasformazioni in atto, in un processo che non è preso alla leggera, e che preoccupa non poco ogni minoranza, vulnerabile per definizione. La scelta di Staetsky è di analizzare i dati della migrazione ebraica verso Israele relativamente a sei paesi europei – Belgio, Francia, Germania, Italia, Svezia e Regno Unito – scelti perché vi risiede quasi il 70 per cento della popolazione ebraica europea totale e il 7 per cento della popolazione ebraica mondiale. Si tratta di paesi che sono profondamente appartenenti alla cultura europea, e che condividono la sfida posta dalla crescente diversità sia culturale che religiosa. Per di più si tratta di paesi in cui la percezione dell’antisemitismo è stata recentemente monitorata, così da avere a disposizione sia i dati sull’esposizione all’antisemitismo che sul livello di preoccupazione relativa allo stesso. I dati sui fenomeni migratori che coinvolgono la popolazione ebraica sono documentati in maniera molto precisa. Il primo passaggio è quindi stato un confronto attento fra i dati più recenti sull’emigrazione ebraica dall’Europa verso Israele e le informazioni preesistenti, che risalgono al 1948, raccolte da un paese che, sin dalla sua fondazione, si è dimostrato attento e molto ben attrezzato per gestire i dati sia statistici che demografici. Sono evidenti, dai dati raccolti, due picchi di migrazione in corrispondenza della creazione dello Stato di Israele e dopo la Guerra dei Sei Giorni. Ma se vogliamo definire un esodo come – secondo lo studio – una migrazione del 30 per cento della popolazione, allora è possibile dire con certezza che non sta succedento nulla del genere. In Belgio, Francia e Italia fra il 2010 e il 2015 circa il 4 per cento della popolazione ebraica è andata a vivere in Israele, mentre per Germania, Regno Unito e Svezia il dato non supera l’1,7 per cento, si tratta di una cifra molto diversa da quella forbice 25/50 per cento consideratoa rilevante in un’ottica comparatista. Il vero punto di debolezza dell’analisi presentata, secondo l’autore, è che non sono noti i dati relativi alla migrazione verso gli Stati Uniti, il Canada o altrove. Nè, in realtà, sono ancora state raccolte e analizzate sufficienti informazioni su coloro che provano a trasferirsi in Israele e decidono, per i motivi più svariati, di fare ritorno al paese d’origine.

Ada Treves, Pagine Ebraiche, febbraio 2017