STORIA Quel filo nascosto che legava l’auto alla Resistenza

tramaSergio Favretto / UNA TRAMA SOTTILE / Edizioni Seb27

Maggio 1945. Nei giorni burrascosi dopo la Liberazione, un’ambulanza lascia il centro di Torino, varca il Po, risale la collina, si ferma in una casa di cura. Il passeggero trasborda su un’automobile che si dirige verso il Monferrato. Lungo la strada la vettura viene fermata per un controllo, ma l’aspetto dell’uomo, un vecchietto apparentemente disturbato, non desta sospetti e il viaggio termina ad Alfiano Natta. Quel vecchio è Vittorio Valletta, l’amministratore delegato della Fiat oggetto di un procedimento di epurazione con l’accusa di aver collaborato con i nazifascisti, e per circa due settimane si nasconderà nella casa di un suo stretto collaboratore, l’ingegner Paolo Ragazzi. Lì scriverà il primo dei due memoriali difensivi destinati alla Commissione d’epurazione del On. Il curioso retroscena raccontato da Gianni e Franco Ragazzi, figli di Paolo, è tra le novità contenute nel libro dell’avvocato e storico casalese Sergio Favretto Una trama sottile. Fiat: fabbrica, missioni alleate e Resistenza (edizioni Seb27) che, sulla scorta di documenti finora inediti, conferma e mette in nuova luce le vicende e il ruolo dell’azienda torinese nel biennio 1943-45, specie in relazione all’appoggio riservato ma concreto alla lotta di liberazione. Il saggio prende le mosse dall’archivio di Giancarlo Ratti, ex ufficiale degli alpini, partigiano e poi capo della missione “Youngstown” dell’Oss in Piemonte, paracadutato in Monferrato nel novembre 1944 con il compito di organizzare l’attività di intelligence a favore degli alleati e intessere una rete di rapporti con la Resistenza. Dalle sue carte inedite, consegnate all’autore poco prima di morire — una miniera di fotografie, mappe, appunti e disegni, minute, messaggi interni, lettere — affiora un significativo intreccio che collega la Fiat di Valletta, le missioni alleate dello statunitense Oss e dell’inglese Soe, le bande partigiane in Piemonte, il movimento operaio in fabbrica. E spicca la figura chiave di Paolo Ragazzi, braccio destro dell’ad dell’azienda, membro della Resistenza con il nome di battaglia “Lino Rovere”: «Dall’archivio Ratti — scrive Favretto — emerge come Ragazzi fu il tramite per il finanziamento da parte della Fiat di alcune formazioni partigiane, mantenne i rapporti con le missioni inglesi e americane in Piemonte e fu il punto di raccordo anche di altri contributi collaborativi degli industriali piemontesi. Ragazzi venne poi reclutato dall’Oss; organizzò postazioni ricetrasmittenti all’interno degli stabilimenti Fiat; predispose un efficace piano di pronto intervento da avviare subito dopo la Liberazione, con aiuti in viveri e carburante per tutta la popolazione di Torino». Fu lui, ancora, l’«interlocutore diretto in Fiat» del colonnello John Stevens, responsabile delle missioni alleate in Piemonte. Un ruolo e un complesso di iniziative che inducono l’autore a domandarsi se non sia limitativo etichettare l’atteggiamento della Fiat (che in quei frangenti incerti giocava su più tavoli ) come una riconversione utilitaristica, spingendolo anzi a ipotizzare una più nobile ispirazione: «Ragazzi e Valletta— si chiede Favretto — agirono solo per calcolata opportunità, o furono mossi dalla sempre più pervasiva voglia di nuovo e di libertà, culturale ed economica?». Sulla base delle carte, il ricercatore casalese descrive un’azienda che, mentre già si interroga sulle prospettive della ricostruzione postbellica, finanzia i partigiani, fornisce agli Alleati informazioni sulla produzione destinata ai tedeschi e indicazioni per il suo sabotaggio, opera attraverso i suoi legali per impedire che i lavoratori vengano trasferiti in Germania o siano costretti ad aderire alla Rsi, si impegna per ottenere la liberazione degli arrestati, già nel ’44 si sostituisce alle istituzioni pubbliche provvedendo— scrive Ratti in una sua memoria—«all’approvvigionamento dei grassi, grano, vino ecc. necessari non solo al mantenimento dei suoi operaie famiglie, ma anche di parte del rimanente della popolazione». «Il vertice Fiat — conclude Favretto—tesseva un delicato filo sottile di raccordo anticipatore verso la sponda di una nuova e vera democrazia; a Torino si era creato un modello di interrelazione fra attese sociali, logiche economiche e aziendali, urgenze militari (… ) Valletta, Ratti e Ragazzi furono i tasselli importanti e confermativi di tale contesto, i prudenti e caparbi tessitori».

Claudio Mercandino, Repubblica, 17 marzo 2017