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Pasqua del 1847

Sara Valentina Di PalmaQuando il 14 di Nissan dell’anno 5608, un lunedì, il bambino più piccolo di ogni casa ebraica iniziò ad intonare Ma Nishtanà, quella notte, per alcuni, sembrò in tutto diversa non solo dalle altre sere dell’anno, ma anche da qualsiasi Seder celebrato in passato.
Come nel Pesach che abbiamo appena trascorso, anche quell’anno ci fu sovrapposizione con la Pasqua cristiana, che cadde il sesto giorno di Pesach.
Fu però, lunedì 17 aprile 1848, una vigilia di Pesach assai particolare per la keillà di Roma, la quale assistette all’apertura del ghetto.
Scrive Ettore Natali nel suo saggio del 1887 sul ghetto di Roma (testo che, oltre a contenere qualche imprecisione come qui l’anno dell’evento in oggetto, riflette la mentalità dell’epoca ed il perdurare di antichi stereotipi antiguidaici, in particolare sul deicidio, su cui si innestano nuovi pregiudizi positivisti sulla “razza” degli ebrei che saranno humus per il nascente antisemitismo post emancipatorio):
“Fra i giorni fausti de’ giudei di Roma va certamente annoverato quello di Pasqua del 1847, nel quale, per ordine di Pio IX furono rimossi, e per sempre, i portoni e furono abbattute le mura che rinchiudevano il ghetto” ( Ettore Natali, Il ghetto di Roma, Arnaldo Forni Editore 1980, ristampa anastatica dell’edizione del 1887, pp. 158-159).
Purtroppo, mentre il resto degli ebrei della penisola italiana ottenenne la libertà tra lo stesso 1848 ed il 1859, i romani dovettero aspettare, perché arrivasse davvero quella che veniva chiamata negli ambienti progressisti l’emancipazione degli israeliti, la breccia di Porta Pia del 1870, con la conclusione del potere temporale pontificio e l’ingresso di Roma nel nuovo stato italiano.
È comunque vero che il ghetto non fu più chiuso, e vennero abolite l’umiliante imposizione dell’omaggio al senato romano che gli ebrei erano tenuti a fare durante il carnevale e l’obbligo alle prediche coatte – parte di un insieme variegato di pratiche degradanti, tra cui l’omaggio pubblico ad ogni nuovo pontefice tra lo scherno e le angherie popolari, una sorta di palio “delli Judei” di cui abbiamo testimonianza anche in un sonetto di Gioacchino Belli intitolato “Le curze d’una vorta”, tasse vessatorie di ogni tipo è l’infamia del segno di riconoscimento, un copricapo giallo per gli uomini ed un velo giallo per le donne imposto anche alle prostitute.
Forse, per le famiglie raccolte attorno a matzà e maror, quella sera Mitzraim sembrò davvero alle spalle. Il cammino verso la libertà era iniziato.

Sara Valentina Di Palma

(20 aprile 2017)