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Pagine Ebraiche al Salone di Torino
Ogni fine ha un inizio

20170519_130314“Un torrente tumultuoso che trascina, coinvolge, travolge, porta con sé gesti, balli, volti, fotografie, materiale sempre cangiante, esprimendo un dinamismo che è raro in una storia di questo tipo e di questa lunghezza”. Al Salone Internazionale del Libro di Torino, lo storico Giovanni De Luna introduce così il film Diaspora. Ogni fine è un inizio, in cui la produttrice Marina Piperno racconta la vicenda complessa e tormentata, privata e al contempo universale, della propria famiglia, ricostruendone lungo più di un secolo e in tre continenti le pieghe più intime, tra scelte, strappi e ramificazioni.
Il regista Luigi Monardo Faccini ha seguito i rivoli, i brandelli e i percorsi di questa saga componendo un’opera monumentale – dura quattro ore e quaranta minuti –, che inizia all’alba delle leggi razziali promulgate dal regime fascista nel 1938 e giunge fino ad oggi, quando i cugini americani, israeliani ed europei che Marina rintraccia sono ormai di terza generazione.
A innescare il suo viaggio nel diario di famiglia è la fotografia con cui, subito dopo un suggestivo scorcio del cimitero ebraico di Pitigliano, si apre il lungometraggio distribuito da Luce-Cinecittà: ritrae i Piperno, i Sonnino, i Fornari, i Bises e i Di Segni ad Anzio, nell’autunno del 1938, dove si incontrano per decidere il da farsi, ormai consapevoli che il Paese per il quale hanno versato un tributo di sangue nel Risorgimento e nella Prima guerra mondiale li ha traditi, isolati e non li riconosce più come suoi cittadini. Se i Fornari, i Sonnino e i Bises scelgono di puntare verso New York e altri preferiscono pagare il prezzo della conversione al cattolicesimo, pur di restare, il padre di Marina, Simone Piperno, non se la sente di lasciare sola l’anziana madre Rachele, che le autorità americane rifiutano perché non più produttiva, e accetta il rischio di rimanere a Roma.
“Grazie a filmati, testimonianze e foto d’epoca commoventi e rigorosi, frutto di ricerche d’archivio durate tre anni – ha sottolineato Dario Disegni, Presidente del Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah (Meis) –, Diaspora è una bellissima storia non solo sul passato, ma anche sul presente e il futuro, e trasmette un messaggio importante: pur mantenendo un legame con il ceppo originario ebraico, la vita offesa dalla Shoah è ripresa e continua”.
Marina Piperno affronta la lacerazione della propria famiglia mettendosi sulle tracce dei parenti tra terre d’origine e nuovi mondi, fuga e permanenza, rovistando nei loro ricordi e interrogandoli su come la loro identità ebraica sia cambiata nel tempo. E l’affresco che prende forma, oltre a preservare dall’oblio uno spaccato personale, mostra la resilienza, l’ostinata volontà ebraica di non soccombere e di vivere l’ebraismo come un elemento identitario irrinunciabile, anche se con modalità differenti: mantenendosi aderenti alle tradizioni, mescolandosi mimeticamente ai luoghi di approdo o dando un taglio netto all’ortodossia e abbracciandone la versione reformed.
Dei poli geografici nei quali si è dispiegata l’indagine di Piperno, De Luna ne isola quattro, legando a ognuno una riflessione storiografica: “Pitigliano, dove nasce il nucleo della famiglia, rappresenta l’inconsapevole serenità della comunità ebraica alla vigilia delle leggi razziali. La vita è scandita da una domesticità fatta di matrimoni, banchetti, rituali familiari e religiosi, almeno finché i fascisti non vi si avventano. Ripugnanti anche per questo, perché violentano una dimensione di raccoglimento, forza, compattezza”. Poi c’è la Roma del 16 ottobre 1943, quando gli ebrei vengono arrestati e deportati dai nazisti. “Eventi resi ancora più sinistri dal fatto che gli ebrei, rispetto al resto degli italiani – continua lo studioso –, avevano una sorta di ‘surplus’ del patto di appartenenza alla nazione, avendo deliberatamente riconosciuto l’Italia come patria di elezione. Una scelta ideologica, laica, che travalicava quella religiosa e che ha ritardato la loro presa di coscienza di ciò che stava succedendo”. De Luna si sofferma, poi, sugli Stati Uniti (Lower East Side, Boston, Staten Island, Ellis Island), dove una propaggine del ramo familiare si trasferisce: “Gli emigrati che sbarcano oltreoceano sono contadini che non parlano inglese e diventano italiani là, per via della pressione esterna, xenofoba, che subiscono. Si costruiscono un loro pantheon e poi diventano italo-americani, dando vita a una cultura specifica. Gli ebrei italiani, invece, saltano lo stadio italo-americano e diventano direttamente ebrei statunitensi”. Infine, Israele: “Oggi è sinonimo di dinamismo e sviluppo, ma nel Negev dei pionieri, dei kibbutz, i corpi erano scavati dalla fatica e bruciati dal sole, e l’ebraismo era interpretato più che altro come sionismo, nel solco degli ideali socialisti, in una dimensione assai diversa da quella crepuscolare mitteleuropea”.
Luoghi ed esperienze lontane, che Diaspora ricuce, collega e riconduce a un denominatore comune: “Degli ebrei in Italia – osserva Marina Piperno – si sa poco e molto è stato rimosso. Noi ebrei romani, ad esempio, siamo stati assimilati dal cattolicesimo e, dopo l’apertura dei ghetti, ci siamo integrati e sentiti più italiani che ebrei, spesso tralasciando pratiche religiose e tradizioni. Io stessa non sono stata educata in modo religioso e non ho studiato l’ebraico. Questo lavoro – ammette la produttrice – è un tributo di affetto a mio padre e mi è costato parecchio in termini di fatica interiore. Ma ho voluto intraprenderlo per riappropriarmi della mia identità ebraica, a partire da ciò che ho imparato dai parenti intervistati. Sono solo all’inizio eppure, vedendo che tipo di ebrei erano e sono loro, ho cominciato a capire un po’ chi sono io”.

Daniela Modonesi

(19 maggio 2017)