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I leoni di Gundar-Goshen

ayelet 2 (1)“La nostra vita è una combinazione di destino e scelta: entrambi si rinnovano in ogni istante”. Esordisce così Ayelet Gundar-Goshen, ospite a Mantova per Festivaletteratura con il suo secondo romanzo Svegliare i leoni (Giuntina), già tradotto in più di trenta lingue, come il primo Una notte soltanto, Markovitch. Intervistata dallo scrittore Andrea Vitali alla presenza di alcune centinaia di lettori, la psicologa e autrice israeliana accompagna il pubblico attraverso alcuni temi del libro: “Nella notte nessuno ci vede e ci concediamo di fare cose che alla luce del giorno ci farebbero orrore”. È così che il Dottor Eitan Green, marito leale, padre di due bambini e persona tanto corretta da essere stato “esiliato” dal suo ospedale perché non disposto a coprire un caso di corruzione, è in grado di investire un profugo eritreo in mezzo al deserto e darsela a gambe. “L’idea mi è venuta molti anni fa in India – rivela Ayelet – quando una sera in un ostello ho visto un ragazzo, israeliano anche lui, che sedeva in disparte con aria cupa e apatica. Mi sono avvicinata e gli ho chiesto che cos’aveva: mi ha risposto che aveva investito un uomo durante una gita in montagna pochi giorni prima ed era fuggito, temendo il carcere indiano. Questa storia, il viso di quel ragazzo e il pensiero di questo indiano sconosciuto forse morto in mezzo alla strada mi hanno tormentata per anni. Ciò che più mi inquietava – prosegue la scrittrice – era il fatto che questo ragazzo non avesse un’aria malvagia, o criminale: era una persona qualunque. Ho deciso allora di spostare la vicenda a casa nostra, fra i profughi dell’Eritrea che vivono in condizioni pessime nel Negev, poco fuori Beer Sheva”.
Luna, deserto, notte, polvere, terra, buio.. Il paesaggio del racconto è intriso di elementi che rimandano al nostro inconscio, a quella parte sommersa che ognuno di noi cerca di nascondere, di sotterrare. Un altro tema forte del libro è l’empatia verso un altro essere umano e la difficoltà di provarne per persone diverse da noi nell’aspetto, per provenienza o classe sociale. “Eitan protegge la sua famiglia, ma non prova compassione per persone da lui lontane e diverse come i rifugiati eritrei. I nazisti rendevano le loro vittime il meno somiglianti possibile a esseri umani, per esempio tagliando loro i capelli, così da allontanare qualsiasi tentazione di compassione. Essere una psicologa significa per me – prosegue Ayelet – pormi continuamente delle domande. Quando sento una persona urlare a qualcuno un forte “ti odio” mi domando dove si cela il debole “ti amo” che c’è dietro. E viceversa. Spesso un grido serve a coprire un assai più pericoloso e faticoso sussurro. Eitan odia Sirkit, la protagonista eritrea del racconto, poiché è l’unica a conoscere la verità su di lui, ma per la medesima ragione la desidera, prova per lei un’attrazione indicibile, nascosta. È un po’ quello che succede nel rapporto paziente – psicoterapeuta: si odia e si ama al tempo stesso la persona che custodisce tutti i nostri segreti, che ci conosce “veramente”. Eitan è sedotto da Sirkit perché è “altra”, diversa, straniera.. All’inizio sembra un angelo, una “madonna nera”, ma a un certo punto del racconto si rivela una belva feroce, disposta a qualunque cosa per sopravvivere: non ha nulla da perdere, del resto. In realtà è semplicemente un essere umano che vive in circostanze estreme a due passi dalle nostre vite dotate di tutti i lussi. Il suo desiderio per Eitan dipende da un’unica certezza: lei vorrebbe essere lui, possedere ciò che lui possiede, vivere la sua vita, avere anche lei figli “stupidi e innocenti”. Bisogna fare attenzione alle stigmatizzazioni: per la sinistra i profughi sono tutti santi e povere vittime, per la destra sono una minaccia e un pericolo. Entrambe le immagini sono stereotipi ingiusti e non reali”. L’altra donna del racconto è Liat, ispettore di polizia e moglie di Eitan Green. Dotata solitamente di un intuito geniale, sembra acciecata mentre indaga sul caso dell’eritreo investito nel deserto, incapace di rendersi conto che l’assassino che sta cercando le dorme a fianco. “Capace di non”, corregge la psicologa Gundar-Goshen: “Liat ha bisogno di non capire e il suo inconscio le viene in soccorso. In tutti noi dorme un leone che crediamo di aver domato, ma che ogni tanto si sveglia e ruggisce, rammentandoci i nostri peggiori istinti e tenendoci svegli tutta la notte. Questi leoni mi attraggono come psicologa, scrittrice e lettrice”. Così Gundar-Goshen commenta il titolo del romanzo. E conclude: “La fine del mio libro è un po’ come il caffè alla fine di un pasto: serve qualcosa di amaro per tornare alla realtà, uscire dal sogno”.

Miriam Camerini