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SAGGISTICA L’ebraismo e il significato di fratellanza

Il-concetto-di-fratellanza-nella-tradizione-biblica-Davide-Assael-401x600Davide Assael / LA FRATELLANZA / Centro studi campostrini

“La più grande invidia è tra fratelli. Perciò esiste la leggenda di Caino e Abele”. Con queste parole riprese da L’ultima leggenda di Caino di Miguel de Unamuno si apre il secondo volume di La Fratellanza nella Tradizione Ebraica (Centro studi campostrini, 2017) di Davide Assael, un percorso ermeneutico iniziato nel 2014 con la coppia Giacobbe/Esaù e dedicato in questa tappa al racconto biblico di Caino e Abele. Ma cosa s’intende innanzitutto per fratello e fratellanza? Al di là di ogni legame genetico ed identitario, fratello secondo l’autore è colui “che viene riconosciuto come tale”, ed è proprio ripensando questa storia narrata in Bereshit, e dalla sua interpretazione filosofica, artistica e religiosa nel corso dei secoli che viene ricercata una definizione di fratellanza la quale include inevitabilmente il problema della relazione con l’altro. Analizzando il testo originale e i suoi passaggi talvolta ambivalenti, viene interrogata la letteratura midrashica per capire soprattutto perché Caino finisce per acquistare un significato negativo, se non propriamente quello di colui che porta per primo la morte e la perfidia nel mondo. Egli è il primo assassino, l’iniziatore della riflessione sulla teodicea, dove se “tutto è creazione, come può coniugarsi con ciò la sua malvagità?”. Non c’è solo l’enigma della sua nascita e del suo nome, il quale significherebbe “acquisto, possesso”, ma è proprio il rapporto dualistico con Abele ad essere un elemento fondante di tutta la tradizione successiva: egli è un agricoltore stanziale a differenza del fratello che è un pastore nomade, il suo legame con la terra testimonia già una volontà di possesso, una tendenza individualistica e idolatrica indipendente dalla fede nel Creatore, la preferenza per l’offerta del fratello rispetto alla propria e il suo abbattimento lo porta ad uccidere Abele, “contaminando in questo modo la terra con il suo sangue”. Caino viene condannato ad una vita errabonda e in esilio, e sebbene ucciso successivamente dal suo quinto discendente Lemech, “egli non morirà mai perché da allora inizierà la profanazione del nome e il male si propagherà ovunque”, questo personaggio archetipo si ripresenterà sempre ed in ogni luogo per riaffermare la sua primogenitura, divenendo in termini psicanalitici “un fantasma rimosso che si agita all’interno dell’identità umana”. Ogni relazione dovrà risanare e confrontarsi con questo scontro eterno originatosi nella coppia biblica, rappresentante “una tendenza regressiva e una progressiva”. Un dualismo che di volta in volta ha acquistato significati differenti a seconda della mentalità e del periodo storico, come l’autore esaustivamente racconta. Filone d’Alessandria, coniugando filosofia greca e tradizione ebraica, vi osserva un conflitto etico tra passione e virtù o anche tra la superbia dell’amore vizioso verso se stesso di Caino e l’amore puro di Abele verso Do. Con l’esegesi cristiana di Paolo di Tarso invece, emerge soprattutto la lettura di Abele come figura premonitrice del sacrificio di Cristo, mentre Ambrogio di Milano scorge i due fratelli in chiave antigiudaica come simbolo ante litteram dell’”incredulità” degli ebrei rispetto alla “devozione” completa dei cristiani verso Do. I padri riformati accentuano questa impostazione leggendo la malvagità di Caino come emblema dell’ipocrisia, in riferimento alla “falsa bontà” della chiesa cattolica, ma anche nei confronti degli ebrei “che stravolgerebbero e corromperebbero le scritture”. Con il progredire dell’era moderna la contrapposizione tra Caino e Abele muta con contorni meno netti, e specialmente nel teatro Caino diviene quasi una vittima insieme al fratello di un’autorità divina ingiusta e arbitraria. Difatti, si legge nel testo, nella tragilomedia l’Abele (1785) di Vittorio Alfieri, Caino è un individuo tormentato e dubbioso spinto all’uccisione del fratello dalle schiere infernali che tentano nuovamente di colpire l’uomo e la sua vicinanza al Creatore, e nel Caino (1821) di John Byron il maligno che seduce il primogenito incarnerebbe l’anima razionale, scettica e assetata di una conoscenza a lui preclusa, in conformità con la mentalità post-illuministica del tempo. Assael conclude questo appassionante excursus ricollegandosi al pensiero di Jacques Lacan, dove come in uno specchio la coscienza sorge soltanto nel rapporto verso il mondo esterno e l’altro con il quale l’Io cerca di identificarsi, cogliendo questa discordanza e irraggiungibilità con reazioni spesso autodistruttive. Caino così “ucciderebbe il fratello perché esso rappresenta l’ideale a cui egli non potrà mai giungere”. Dov’è allora il confine tra i due fratelli, da cosa dipende realmente il loro conflitto? Una riflessione che negli ultimi anni e con l’intensificarsi di ciò che sovente viene chiamato “scontro di civiltà” dovrebbe essere più che mai attuale. L’invidia o la sensazione fallace di umiliazione provata da Caino nei confronti di Abele, forse non differisce granché da quella sperimentata dallo straniero che entra in relazione con noi. Compito di entrambi mettere fine a rancori e sensi di colpa millenari per riconoscerci come fratelli, oltre qualunque origine o credo.

Francesco Moises Bassano, Pagine Ebraiche, agosto 2017