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Machloket

michael sierraSecondo una famosa barzelletta, dove ci sono due ebrei non possono che esserci tre opinioni. Capita spesso infatti nelle comunità ebraiche, e in quelle italiane in particolare, di discutere e di confrontarsi su idee diverse e anche su temi di quotidianità. La discussione è senza dubbi una delle caratteristiche della cultura ebraica ed è per questo, forse, che il Talmud la analizza in vari trattati. Nel trattato di Sanhedrin, R.Yosi, noto nelle storie del Talmud per la sua calma e saggezza, spiega che al tempo del Sinedrio di Gerusalemme – la suprema istituzione che amministrava la giustizia, la politica e la vita culturale e religiosa del popolo ebraico e da cui deriva il nome del trattato talmudico – , ogni discussione (machloket) veniva affrontata dai 71 giudici del Sinedrio o dai loro 23 delegati presenti in ogni città.
R. Yosi continua e spiega che le discussioni si sono diffuse nel popolo ebraico da quando si sono aumentate le discussioni fra le scuole di Hillel e di Schammai, due scuole di studio della Legge orale della fine del I secolo a.c, famose per le loro controversie. Una spiegazione sulla natura delle discussioni di queste due scuole venne data nella Massima dei Padri: “Qualunque lotta impegnata a fin del cielo (fin di Dio), finisce per conseguire il suo effetto; e qualunque lotta che non è impegnata a fin del cielo, non finisce per conseguire il suo effetto. Quale sarebbe una lotta impegnata a fin del cielo? La lotta fra Hillel e Schammai. Quale sarebbe una lotta non impegnata a fin del cielo? La Lotta di Korach e di tutto il suo partito” (Avot. 5:17).
Emerge spontaneamente la domanda: come sapere quale lotta è “a fin di cielo?” il commentatore italiano R. Obadiah di Bertinoro (Bertinoro, 1455-Gerusalemme, 1516) spiega che si tratta di una discussione che ha come scopo quello di trovare la verità e che non danneggia i rapporti personali. Questa interpretazione viene affermata dal trattato di Yevamot che spiega che gli studiosi della scuola di Hillel sposavano donne della scola di Schammai e vice versa, nonostante le controverse e difficili discussioni. Se poi i matrimoni aiutarono o meno è sicuramente un tema interessante da approfondire, è evidente, comunque che in quel caso la discussione era “a fin di cielo”.
Distinguere però l’aspetto professionale da quello personale varie volte non è facile. Occorre a mio avviso, anche se in circostanti molto diverse e in assenza di un Sinedrio, fare riferimento ad un mediatore o un’istituzione che risolva la discussione e la rendi “a fin di cielo”. Saper farlo non significa arrenderci ma al contrario – saper affrontare la discussione mantenendo nel contempo il rispetto reciproco e la fratellanza. Una fratellanza che dopo tutto caratterizza le comunità ebraiche italiane non meno delle discussioni.

Michael Sierra