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ORIZZONTI Lehman Brothers, una storia anche ebraica

LehmStefano Massini / QUALCOSA SUI LEHMAN / Einaudi

L’immagine, in sé impietosa, rimane consegnata agli annali della fotografia e a quelli della nostra storia più recente: alcuni addetti rimuovono a New York le insegne della Lehman Brothers, spostandole chissà dove. Non troppo distanti da loro, gruppi di oramai ex dipendenti escono quasi alla chetichella da una porta, accompagnandosi con delle scatole di cartone, dove hanno riposto i loro effetti personali. Si abbassa il sipario. È il 15 settembre 2008, un altro settembre nero, ma ancora per New York, come dopo l’attentano alle Twin Towers. La bancarotta della società finanziaria internazionale, nonché banca di affari, che portava il nome dei fratelli Lehman, una public company tra i più importanti operatori del mercato dei titoli di stato americani, era come una terza torre che crollava fragorosamente verso il basso. Non fu un caso, infatti, che la sua caduta, dopo i numerosi scricchiolii che si era ripetuti nel corso del tempo, a causa della crisi dei mutui subprime, e che sembravano già preannunciare sinistramente un esito così drammatico, avvenisse poi repentinamente, nel giro di pochi giorni. E del pari alla vicenda delle Torri gemelle, una volta abbattutasi al suolo arrivò a sollevare un incredibile polverone, quando altre società, gemelle e consorziate come anche indipendenti, fecero la medesima fine. Per non parlare di risparmiatori e dipendenti. Una sorta di ampia ricaduta. Il fallimento della Lehman, infatti, fu il più grande nella storia delle bancarotte mondiali, avendo maturato un debito pari a circa 613 miliardi di dollari. I 26.000 dipendenti persero il posto di lavoro. Si trattava, a modo suo, di un evento epocale. Non solo per la finanza e per il sistema economico. Al pari di tutti i grandi fatti, destinati a periodizzare una storia collettiva, riuniva in sé sia la vicenda concreta, impietosamente raccontata in tempo reale dai grandi Network statunitensi e rimbalzata agli onori della cronaca planetaria, sia un rimando a simbolismi che, a tutt’oggi, non si sono per nulla esauriti. Come, ad esempio, il rapporto tra la velocità delle transazioni in un capitalismo finanziario dove tutto sembra girare vorticosamente, esaurendosi poi LEHMANaltrettanto repentinamente, e la lunga durata della società Lehman, fondata nell’oramai lontano 1850 dai tre fratelli aschenaziti Herman, Emanuel e Mayer, provenienti dalla Germania. Un’azienda che è stata parte integrante della crescita della potenza economica americana, a cavallo tra l’Ottocento e gli anni da poco trascorsi. Benché le attività, le dimensioni, la proprietà siano cambiate nel corso del tempo, la storia della Lehman Brothers è anche una storia ebraica. Almeno per un lungo tempo, fino al 1969, l’anno in cui morì Robert Lehman, l’ultimo esponente della famiglia impegnato attivamente nella direzione della società. Di tutto ciò, e di altro ancora, ne parla con grande estro e talento Stefano Massini, drammaturgo e autore di due volumi, il primo intitolato «Lehman Trilogy», uscito da Einaudi, sintesi tra racconto, sceneggiatura teatrale e saggio, e il secondo «Qualcosa sui Lehman», pubblicato da Mondadori, un romanzo a sua volta atipico, sospeso com’è tra la più tradizionale narrazione, la scrittura di teatro, soprattutto la ballata ma anche la fiction e i comics. Cosa c’entra questo discorso, apparentemente di taglio soprattutto letterario, con l’economia? Molto, in realtà. Non si tratta, infatti, di un mero resoconto cronachistico bensì del tentativo di tradurre i processi materiali, la loro dura oggettività, ma anche le immagini e le raffigurazioni sociali che sempre si accompagnano ad essi, in un unico racconto corale. Poiché Massini riesce a dare corpo a quanto altrimenti rischierebbe di rimanere comprensibile solo ricorrendo a freddi numeri ed a rigide astrazioni. Perdendo quindi di aderenza con le traiettorie esistenziali di coloro che l’azienda la fondarono, per poi innervarla nel tessuto produttivo americano. Il suo sforzo di narratore, infatti, è quello di raccontare lo spirito di un tempo e di una società dove il continuo cambiamento è l’unica cosa che si presenti come costante. Le vicende dei fratelli Lehman, in origine, sono quelle di un nucleo famigliare che si sposta, ossia letteralmente si muove (come i valori finanziari che cent’anni dopo saranno al centro dell’attività d’impresa) per cercare di migliorare la propria condizione. Ciò facendo, contribuisce a costruire e a mutare non solo lo status personale ma anche quanto gli sta intorno. Fino a lasciare una impronta indelebile. Tra l’Alabama e il cotone, New York e la borsa valori, la guerra di secessione, la grande depressione del 1929, i passaggi che hanno segnato il tempo della contemporaneità diventano il racconto di un’epica collettiva. La componente ebraica, nella prima parte di questa storia, è fortemente ribadita dall’autore, incontrandosi con quello spirito calvinista che, secondo Max Weber, aveva fatto la fortuna del capitalismo, a partire da quello di matrice anglosassone. La storia di una famiglia, e di diverse generazioni, si incontra così con quella di una civilizzazione collettiva. Quando ritorna al lettore è il senso vorticoso della trasformazione, della movimentazione, della perenne trasformazione che accompagna la nostra modernità nella quale, come aveva detto qualcuno, «tutto ciò che è solido svanisce nell’aria».

Claudio Vercelli, Pagine Ebraiche, settembre 2017