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FILOSOFIA Midrash ossia la libertà di interpretare

massimo giulianiAnni fa lessi un saggio di Henri Slonimski (1884-1970), negli anni Cinquanta preside dell’Hebrew Union College-Jewish Institute of Religion a New York, dal titolo “The Philosophy Implicit in the Midrash” e rimasi colpito dalla convinzione di questo grande, ora dimenticato, studioso secondo il quale il metodo e i contenuti del pensare ebraicamente, ossia della filosofia ebraica, coincidono con il metodo e le intuizioni del midrash. Chi vuole capire cosa sia filosofia ebraica non ha che da immergersi nella letteratura midrashica, e ai suoi occhi si dipaneranno le concezioni ebraiche dell’uomo e di Dio, del tempo e della storia, del lavoro e della festa, della vita e della morte. Tutti sanno che i midrashim sono una miniera di sapienza rabbinica, ma chi sa davvero leggerli? E come trovarli e evidenziarli quando si nascondono in un commento biblico o nei fogli del Talmud? O nelle straordinarie agiografie dei chassididim, a partire da quella del Ba’al Shem Tov? Certo, esistono da sempre antologie midrashiche – come le Leggende degli ebrei di Louis Ginzberg, tradotti da Elena Loewenthal – ma come affrontarli appunto non alla stregua di mere ‘leggende’ o ‘miti’ o ‘storielle edificanti’, quanto piuttosto come ‘filosofia ebraica’, come pensiero del giudaismo e come trama di una sua ‘filosofia implicita’? Se è implicita, va esplicitata.
Questo lavoro di interpretazione sull’interpretazione è il cuore di ogni esercizio filosofico che si autocomprenda come ebraico e che muova dai testi della tradizione rabbinica per arrivare alla vita. Anche il rabbino-filosofo Emil Fackenheim (1916-2003) ne era convinto e fece largo uso dei midrashim nelle sue opere. Scrive nel volume da poco tradotto in italiano Cos’è l’ebraismo? Un’interpretazione per il presente: “Il midrash è la teologia più profonda, più intrinsecamente ebraica e, dunque, più autorevole mai emersa all’interno dell’ebraismo. A renderlo profondo e intrinsecamente ebraico è la sua forma, costruita non da proposizioni e sistemi presentati (o forse anche ‘dimostrati’) come veri, ma piuttosto da storie e parabole: queste non pretendono mai di avere tutte le risposte… Se ciononostante il mondo del midrash è autorevole, è perché ci sono dei limiti alla libertà del narratore midrashico”. Vi sono, dice Fackenheim, limiti alla libertà di interpretazione: o meglio, alla libertà di interpretare non ci sono limiti, ma se si vuol restare dentro la tradizione midrashica, dentro i confini del pensare ebraicamente, allora quei limiti ermeneutici esistono, sono chiari e vincolanti. Basta poco che trasformare un termine ebraico in un concetto non ebraico. Credo sia per questo che esistono midrashim a scopi aggadici, ossia che sollecitano l’immaginazione, e midrashim a scopi halakhici, che mirano a chiarire e instillare l’osservanza dei precetti. Nel non separare mai, persino nell’interpretazione midrashica, aggadà e halakhà sta il “limite”, il criterio ermeneutico che distingue un pensiero ebraico da un pensiero che ebraico non è.

Massimo Giuliani, Università di Trento