Identità – Quante anime ha il sionismo

«Egregio Lord Rothschild, è mio piacere fornirle, in nome del governo di Sua Maestà, la seguente dichiarazione di simpatia per le aspirazioni dell’ebraismo sionista che è stata presentata, e approvata, dal governo. Il governo di Sua Maestà vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico, e si adopererà per facilitare il raggiungimento di questo scopo, essendo chiaro che nulla deve essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina, né i diritti e lo status politico degli ebrei nelle altre nazioni. Le sarò grato se vorrà portare questa dichiarazione a conoscenza della federazione sionista». È il testo della Dichiarazione Balfour, dal nome del ministro degli Esteri dell’impero britannico che la rilascia: il 2 novembre prossimo saranno 100 anni da quel documento. Un testo che per il movimento sionista certifica la legittimità dell’aspirazione a una terra e che dalle organizzazioni politiche palestinesi è invece percepito come l’inizio di una “discesa agli inferi”. Un testo, ricorda Arturo Marzano, che nasce dalla percezione che il mondo ebraico sia potente e che dunque convenga ingraziarsi il suo favore se ci si propone, come è nelle intenzioni della Gran Bretagna, di svolgere un ruolo in Medio Oriente all’indomani della dissoluzione dell’impero ottomano. È il primo tassello di un conflitto politico che ancora cento anni dopo non si scioglie. Se siamo ancora oggi, nel 2017, a discutere di sionismo è perché in quella partita si sovrappongono molte questioni. Per questo vale la pena ancora una volta di ripercorrere questa lunga storia, carica di simboli, appesantita da un confronto identitario tra contendenti che non individuano una situazione di compromesso, laddove, il compromesso, come è tornato a ripetere Amos Oz (Cari fanatici, Feltrinelli, pagg. 96-97) non è da intendersi come umiliazione, bensì come «una scelta di vita» perché il contrario del compromesso non è «schiena dritta», ma «fanatismo, morte». Una vicenda in cui tutti i contendenti, consapevolmente o meno, in un tempo lungo hanno giocato una partita che li ha costretti a fare i conti da una parte con le loro proiezioni progettuali, dall’altra con il processo identitario che l’ideologia politica “del riscatto” nazionale proponeva. In questo senso il titolo che Marzano propone – Storia dei sionismi. Lo Stato degli ebrei da Herzl a oggi -allude più che a una storia del movimento, a una ricostruzione delle molte anime che dalle origini caratterizzano il sionismo: esso è prima attento al problema del ritorno fisico; poi con lo sviluppo del movimento laburista e kibbutzistico (all’inizio del ‘900) volto a una politica di insediamento e di ritorno a un lavoro manuale e agricolo che nella storia della diaspora ebraica in gran parte caratterizzata da una dimensione terziaria del lavoro, era poco praticato, e che esalta l’ideologia del ritorno alla terra. Successivamente sensibile al tema della costruzione di un assetto delle proprie istituzioni (il che vuol dire strutture scolastiche, sistemi di previdenza e di protezione del lavoro, definizione di un welfare che è costruzione del legame sociale) mentre parallelamente cresce una realtà culturale e politica che rivendica una forte identità nazionalistica, e che vede nella presenza palestinese un problema non risolvibile. Tutte queste diverse immagini del sionismo che radunano i nomi principali del conflitto ideologico interno tra destra e sinistra, tra ideologia dello sviluppo urbano e convinzione che il riscatto provenga in gran parte dal “ritorno al lavoro agricolo e alla terra”, ciò che si delinea è un confronto che la nascita dello Stato, nel 1948, non spegne. Arturo Marzano con ragione non ferma la ricostruzione del movimento sionista alla fase costituente, come spesso invece avviene. E dunque non si ferma al 1948. Propone, invece, un’indagine sulle matrici culturali, le componenti ideologiche, le categorie valoriali che va oltre il 1948 e arriva fino all’attuale fase della storia politica di Israele sottolineando le lunghe continuità, ma anche i rovesciamenti di immagine. Essenzialmente in due immagini. La prima. ll lavoro della terra che prima del 1948 si identificava con il movimento laburista, ora si carica di un valore simbolico e identitario nutrendosi di un immaginario che non è più quello del socialismo della prima metà del Novecento, bensì quello teologico del riscatto o della redenzione, proprio dei radicalismi religiosi che a partire dagli anni 70 hanno avuto cittadinanza culturale e sodale, non solo in Israele, ma in molte realtà politiche, di diversa matrice religiosa. La seconda. La necessità di prendere in carico il problema della presenza araba, non come un incidente imprevisto, ma come parte di quello scenario politico. È un tema che nella lunga storia dei sionismi politici, culturali, socialisti, nazionalisti e religiosi, è stato spesso evitato, ma che ha avuto le sue voci profetiche, culturali e politiche: negli anni 20 con il movimento “Brit ve shalom” guidato da Buber e da Scholem; tra il 1946 e il 1948 da Magnes (il fondatore dell’Università ebraica di Gerusalemme), a partire dagli anni 70 da parti consistenti del movimento pacifista “Peace now” e da alcune frange di radicalismo religioso cresciute intorno al filosofo russo-israeliano Leibowitz e al movimento “Oz Shalom” che riprendono le suggestioni di “Brit ve-shalom”. Tema spesso accantonato. La scena di questi annidi un Paese attraversato dalla necessità di ripensare se stesso, non può più evitare di prenderlo in carico, qualunque sia la sua opzione politica. E tuttavia, proprio nei termini in cui lo farà, sostiene Arturo Marzano, lì si esprimerà la sua natura politica: se in modo aperto, oppure destinato a chiudersi, radicalizzando la sua fisionomia di etnodemocrazia.

David Bidussa, Il Sole 24 Ore Domenica, 15 ottobre 2017