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ORIZZONTI Barcellona, l’anomalia orientale e la nuova geografia dei confini

Ma cosa è e dove si trova Barcellona? Barcellona è prima di tutto una metropoli (e ci torneremo) e poi basta guardare un atlante per scoprire che fa parte della Catalogna, della Spagna, dell’Unione europea; e dal punto di vista geografico della Penisola iberica. E fin qui siamo nel caro vecchio e rassicurante mondo dove i confini delle nazioni sono stabili, inviolabili e, nella nostra percezione, corrispondono a delle lingue e identità. Ma è davvero così? Proviamo ad allargare il quadro. Finora quando volgevamo il nostro sguardo a quella parte del Vecchio Continente che chiamiamo sbrigativamente “Est”, eravamo abituati a un fenomeno considerato curioso o anomalo. Un uomo, ma anche un quartiere di una città, o addirittura un’intera metropoli — luogo per definizione di incontri di persone provenienti da diversi ambienti sociali, geografici e linguistici — poteva cambiare cittadinanza e appartenenza nazionale più volte, in un lasso di tempo relativamente breve, senza mai spostarsi. Un uomo o una donna nati a Leopoli (città che di nomi ne ha molti; Lemberg in tedesco e in yiddish; Lwòw in polacco; Lviv in ucraino e via elencando) poteva nascere austriaco, diventare ucraino, trasformarsi in un polacco, scoprirsi un giorno sovietico e sottinteso russo, per tornare infine ucraino. Simile, nella variante lituana, la sorte di Vilnius; e possiamo aggiungere Salonicco turca ottomana, ma anche molto ebraica e infine greca. Il fenomeno di sopra non era però un’anomalia, ma al contrario, era dovuto ai tentativi di normalizzare le persone e le metropoli. Spieghiamoci. Quello cui abbiamo assistito all'”Est” è stato il processo di disfacimento di tre imperi dai tratti premoderni: l’Impero austroungarico, quello Ottomano e dell’autocrazia zarista. E stata la modernità, per parafrasare Zygmunt Bauman, a imporre l’uniformità e ad esigere un’identità chiara e univoca: agli individui, come alle città. Una nazione, una lingua, una cultura e confini definiti. Conseguenza della modernità è che le nostre mappe mentali si riferiscono agli Stati e alle nazioni come a qualcosa di uniforme, anche là dove non era così (Mark Chagall, nato a Vitebsk, nell’impero zarista era bielorusso, russo, francese?). E per tornare a Barcellona. Il fatto nuovo è che assieme alla modernità anche la vecchia uniformità in questi ultimi anni è in crisi. Da un lato abbiamo persone con più cittadinanze e più appartenenze. Dall’altro, per reazione, la richiesta dell’uniformità si fa più stringente e rischia di disfare gli Stati, come ha distrutto gli imperi. Così scopriamo che l’anomalia orientale ha contagiato l’Ovest e forse Barcellona non è Spagna ma forse lo è, visto che è anche Europa. Se volessimo vederlo dal lato positivo, potremmo dire che abbiamo la chance di scoprire che tutti noi abbiamo tante e contraddittorie identità. E che è meglio tenercele tutte quante. Non occorre citare Georg Simmel per capire che la metropoli, proprio perché luogo di incontri inattesi, di desideri inappagati, del cittadino blasé per cui ogni novità dura lo spazio di un mattino, è quel luogo che mai diventa normale. Buona fortuna Barcellona.

Wlodek Goldkorn, La Repubblica, 30 ottobre 2017