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Giacobbe…

Innumerevoli sono le interpretazioni del famoso sogno di Giacobbe, la scala puntata a terra, la cui cima giunge in cielo, mentre angeli la percorrono salendo e scendendo; comune a molte di queste interpretazioni è il richiamo alla necessità di stabilire un legame tra cielo e terra, ossia tra gli aspetti materiali e concreti della vita – da un lato – ed i valori spirituali, dall’altro. Il racconto della vita di Giacobbe successivo a questo sogno in un certo senso è proprio quello che ci può confermare questa interpretazione. Ci sono due aspetti che particolarmente emergono nelle vicende del patriarca durante i vent’anni che trascorre a Charan, presso lo zio Lavan: la famiglia e il lavoro; entrambi procedono lungo percorsi apparentemente molto concreti e prosaici, fatti di accordi presi e violati da parte di Lavan – i sette anni pattuiti per sposare l’amata Rachel diventano il doppio, con in più il carico di un’altra moglie, Leah, ricevuta con inganno e come tale sempre relegata in second’ordine nei sentimenti di Giacobbe, anni di duro servizio quale pastore di greggi “giorno e notte, esposto al caldo infuocato del giorno e al gelo notturno” (Genesi 31,40), condizioni e rapporti umani infidi, che costringono Giacobbe a ricorrere ad astuzie e stratagemmi per garantirsi legittimi guadagni, anni di rivalità tra le mogli, di sofferenze e gelosie per la prolifica maternità di Lea in contrasto con la prolungata sterilità di Rachele. In questo racconto tutto ci appare molto “piantato per terra”. È tuttavia, in quella stesa situazione “la scala era rivolta verso il cielo”, come appare nel nome dei figli, che contengono o richiamano tutti il nome di D.O quale espressione di ringraziamento o come percezione di una presenza costante e decisiva nella vita, condivisa da parte di Giacobbe e da entrambe le mogli, pur nella forte diversità di caratteri. In modo analogo, scopriamo nella parte conclusiva della Parashà che il lavoro per Giacobbe non era solo fonte di sussistenza. Rivolto alle due mogli afferma: “Voi sapete che ho servito vostro padre con tutte le mie forze, vostro padre invece mi ha ingannato e ha cambiato la mia retribuzione per dieci volte, ma il Signore non gli ha permesso di danneggiarmi” (Genesi 31,6), parole con le quali Giacobbe rivendica la propria onestà nel lavoro e l’integrità morale, come criteri fondanti di vita, indipendentemente dal comportamento di colui per il quale si era messo al servizio. È in questo contesto “della scala rivolta verso il cielo”, che si stringe fra Giacobbe e le mogli rivali l’accordo, decisivo e condiviso, di tornare nella terra di Canaan, con tutto ciò che significava quale ritorno alla terra promessa dall’Eterno, sottraendosi alle mire del padre-zio-suocero, quel Lavan che ambiva, secondo l’interpretazione del midrash, a “distruggere tutto”, appropriandosi non solo di ogni bene materiale di Giacobbe, ma del futuro stessa della discendenza di Abramo, avendo cercato di costringerlo con la forza – o di indurlo con false lusinghe – a restare a Charan, distogliendolo definitivamente dal Patto con il Signore per adottare i valori ed i criteri di vita del paese dove si era stabilito.
In tutto questo racconto – e nell’interpretazione del midrash – sentiamo quanto le vicende di Giacobbe siano ancora oggi vicine ed esemplari per la condizione degli ebrei della diaspora, che, in modo non dissimile dal patriarca, sperimentano tutti la fatica di formare una famiglia ebraica o che comunque mantenga vita e valori ebraici, senza essere immuni da tutte le problematiche dei rapporti famigliari che nel presente possono turbare e metter in crisi qualsiasi tipo di nucleo famigliare, a partire dalle ansie nella ricerca del lavoro, nella necessità spesso di accettare condizioni di lavoro imposte, mutevoli e senza garanzie, in un contesto sociale fatto sovente di rapporti umani precari, superficiali e tendenzialmente egoistici. Un contesto difficile ma anche intriso di legami, ricordi, suggestioni che pongono gli ebrei nella difficile scelta tra diaspora e Israele, un’alternativa esistenziale, che può dar luogo alla scelta di Giacobbe – il ritorno – o il rimanere – come sarà per i figli di Giacobbe stesso nell’esilio (inizialmente) dorato in Egitto; un’alternativa che può anche rimanere quale punto interrogativo che incalza e stimola per l’intera vita; il peggio è quando la domanda non viene affrontata, quando viene nascosta alla coscienza, quando è risolta con risposte frammentarie e superficiali, quando è allontanata con la prospettiva di “accordi proficui” con Lavan o sostituita con “propositi rivoluzionari sul futuro di Charan”.
Alla fine Lavan non riuscì nel suo intento distruttivo, ma Giacobbe suo malgrado portò la famiglia in un altro esilio, destinato a tanta sofferenza, l’Egitto, in conseguenza degli eventi drammatici intercorsi tra i figli, di cui egli stesso era stato indirettamente in parte responsabile nelle scelte di vita famigliare e di educazione adottate. Alla fine il nostro futuro dipende non solo dalle sfide che riceviamo dall’esterno ma anche, se non essenzialmente, dal clima e dai valori su cui impostiamo le relazioni all’interno stesso del nostro ambiente ebraico, che sia la famiglia, la comunità o la società nello realtà israeliana.

Giuseppe Momigliano, rabbino