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Giustizia per Srebrenica,
condannato il boia Mladic

rassegna“Imputato Ratko Mladic, il Tribunale internazionale delle Nazioni Unite la condanna all’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra”. Dopo la lunga lettura dei capi d’accusa, il presidente del Tribunale penale internazionale dell’Aia Aphons Orie ha letto la sentenza che condanna all’ergastolo il generale Ratko Mladic per il suo ruolo nella guerra in Bosnia negli anni Novanta, e in particolare nel massacro di Srebrenica e nell’assedio di Sarajevo. “Carcere a vita per una serie di reati che sono il concentrato del male: – scrive il Corriere della Sera – crimini contro l’umanità, crimini di guerra. Soprattutto il genocidio consumato a Srebrenica l’l1 luglio del 1995, 27 anni fa, 8372 morti accertati (12000 secondo i musulmani), gettati nelle fosse comuni con i bulldozer con un colpo alla nuca. II più grave massacro in Europa dopo la Seconda guerra mondiale, perpetrato con metodi simili a quelli nazisti”. Mladic, ricorda Repubblica, “toccò quel giorno l’apice della potenza e l’inizio del declino. Nell’enclave che doveva essere protetta dalle Nazioni Unite trattava da sudditi i caschi blu olandesi, muti testimoni e dunque complici della carneficina, come un dio feroce separava i sommersi (tutti i maschi dai 14 anni in su) dai salvati (donne, vecchi, bambini)”. Il boia di Srebrenica in patria però non è visto da tutti come il criminale che è: anni fa, in un sondaggio, un serbo su due ammise che con Mladic avrebbe bevuto volentieri una grappa e la principale tv belgradese, Pink, oggi parla di sentenza “vergognosa”.

Russia, Iran e Turchia, sodalizio sul futuro siriano. Putin, Erdogan e Rohani si sono riuniti ieri a Sochi per discutere del futuro del Paese mediorientale e trovare un compromesso che li soddisfi, racconta tra gli altri La Stampa. Il Cremlino lavora all’avvio del Congresso del popolo siriano, una conferenza di pace che dovrebbe stabilire le linee politiche e la Costituzione della Siria post guerra civile. A parteciparvi, il dittatore Bashar al Assad, tenuto in sella fino a qui da Mosca e dai bombardamenti a tappeto dei russi. Come scrive Paola Peduzzi sul Foglio, è utile ricordare che la guerra in Siria è iniziata “con una rivolta del popolo siriano contro il suo dittatore sull’onda delle primavere arabe” per poi essere stata “scandita da molti paradossi e immense ipocrisie: la vittoria scippata all’America è il gran finale”. “Mentre gli americani investivano uomini, risorse, capitale politico per ‘distruggere’ lo Stato islamico – infine riuscendoci – gli altri lavoravano per distruggere i nemici interni di Assad e per allargare le proprie aree di influenza in Siria e nella regione. – l’analisi di Peduzzi – Questa è la vittoria che oggi rivendicano Putin e i suoi alleati, questa è la vittoria che permette loro di riunire altri leader per decidere insieme del Muro della Siria e di concedere all’America (e a Israele) soltanto una telefonata – lunga però, tutti lo sottolineano per mitigare l’effetto contentino – di ricognizione”.

Contro il boicottaggio del Giro in Israele. Sul Corriere della Sera il giornalista Paolo Lepri interviene contro l’appello di movimenti propal che chiedono di spostare da Israele le prime tappe del Giro d’Italia. Le iniziative di boicottaggio, scrive Lepri, “stabiliscono una ‘regola dell’isolamento’ che viene applicata unicamente nei confronti di Israele, radicalizzando tra l’altro posizioni contrarie al riavvio del negoziato. In questo caso più che mai, inoltre, il boicottaggio è uno strumento sbagliato, di cui si percepisce il sapore velenoso. Solo la convivenza apre le menti, crea ponti la cui costruzione era inimmaginabile”.

Libano, il ritorno di Hariri. L’Odissea di Saad Hariri si è conclusa, ieri, con il ritorno in patria del premier libanese, ma la crisi che egli stesso ha innescato annunciando le dimissioni, il 4 novembre, da Riad, sembra solo rinviata, sottolinea Repubblica. Il passo indietro di Hariri, accolto da centinaia di sostenitori in Libano, per il momento allenta la tensione nel paese ma i problemi rimangano sul tavolo: da Riad, Hariri aveva accusato Teheran e Hezbollah di stare cercando di destabilizzare il suo paese e annunciando per questo le dimissioni. Una scelta, spiegavano i quotidiani internazionali, dovuta a sua volta dall’interferenza saudita, che cerca di combattere l’influenza dell’Iran e del suo braccio armato Hezbollah. “La vera via di uscita da questa situazione è il disarmo di Hezbollah.- afferma a La Stampa Moustafa Allouche, consigliere di Hariri – Sono 17 anni che se ne parla, da quando è finita l’occupazione israeliana nel Sud. Non si è fatto un solo passo in avanti. Il presidente Aoun deve molto a Hezbollah, difficilmente farà grosse concessioni su questo punto”.

Germania, monumento alla Memoria nel giardino dell’antisemita. Il collettivo di artisti tedeschi del “Centro per la bellezza politica” ha realizzato una versione mini del monumento berlinese alla Shoah a Bornholm, davanti alla residenza di Bjoern Hoecke, leader dell’Afd in Turingia noto per le sue esternazioni antisemite e per aver definito il monumento berlinese “una vergogna”. La richiesta del collettivo è che Hoecke chieda scusa per gli orrori commessi dai nazisti (Repubblica).

Elezioni palestinesi. Entro il 2018 nuove elezioni presidenziali e legislative saranno tenute in Cisgiordania e a Gaza, assieme al rinnovo del Consiglio nazionale palestinese. A stabilire la data esatta sarà il presidente Abu Mazen, almeno secondo quanto deciso nelle trattative in corso al Cairo tra Fatah e il movimento terroristico di Hamas (Fatto Quotidiano). A proposito di terrorismo, a Napoli è stata invitata a parlare Leila Khaled, ex militante del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, responsabile del dirottamento di due aerei negli anni ’70. Il sindaco De Magistris è stato invitato all’iniziativa prevista per il 4 dicembre ma, scrive il Corriere del Mezzogiorno, non è chiaro se parteciperà.

Daniel Reichel twitter @dreichelmoked