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I ponti di Alessandra
verso lo yiddish

Emanuele CalòLo scorso luglio si è svolta nella sala principale dell’Istituto italiano di cultura a Berlino la premiazione di I ponti di Alessandra, la prima gara di traduzione di letteratura yiddish organizzata dall’associazione “Free Ebrei” in memoria di Alessandra Cambatzu, docente di italiano e latino per tanti anni in Italia e, dal 2010, a Berlino, nonché appassionata cultrice e traduttrice della lingua yiddish, grazie all’intervento di Vincenzo Pinto.
L’iniziativa, che è partita nelle settimane successive al suo decesso (settembre 2016), ha visto coinvolti l’Albert Einstein Gymnasium di Berlino, l’Ufficio Scuola presso l’Ambasciata d’Italia in Germania, i Consiglieri dell’Ambasciata, l’Istituto italiano di cultura a Berlino, la lettrice di italiano Amalia Urbano, gli editori italiani che hanno inviato alcune copie delle loro pubblicazioni yiddish e, infine, tutti gli studenti che hanno partecipato a questa iniziativa. Si trattava di tradurre un brano di letteratura yiddish già tradotto in tedesco onde avvicinare i ragazzi al tema della traduzione, non spaventandoli di fronte alle difficoltà di una lingua (come lo yiddish) che è sì parente stretta del tedesco (medievale), ma che presenta due grandi difficoltà: è scritta in alfabeto ebraico e contiene molti termini slavi e aramaici.
Il ponte di Alessandra è stato quindi un duplice ponte: dallo yiddish al tedesco e dal tedesco all’italiano. Il processo di selezione è avvenuto a tre livelli: inizialmente i docenti delle due classi hanno valutato i migliori elaborati in base a una griglia di riferimento; in secondo luogo, la lettrice ha scelto la terna e ha compiuto una revisione delle singole traduzioni; infine, il promotore dell’iniziativa ha valutato la proposta della lettrice sulla terna finalista. La premiazione di luglio è stata inframmezzata da alcuni passaggi musicali (canori e strumentali) e dalla lettura di alcune poesie di Kadye Molodowsky, la grande poetessa yiddish che Alessandra e l’amica Sigrid Sohn hanno tradotto in italiano l’anno scorso (Sono una vagabonda, a cura di Free Ebrei). Alla cerimonia hanno anche partecipato il professor Giuseppe Veltri, docente di filosofia ebraica all’Università di Amburgo (e presidente del locale Centro Maimonide sullo scetticismo ebraico) e il professor Giulio Busi, docente di ebraistica alla Libera Università di Berlino, che hanno letto i nomi dei finalisti e hanno consegnato i premi (consistenti in buste di libri e in una targa per la prima classificata). La gara di quest’anno ha avuto come soggetto il racconto Gimpel l’idiota (Gimpl tam) di Isaac Bashevis Singer (1945). Partire da questa figura è un importante messaggio lanciato ai giovani: Gimpel non è solo un povero ingenuo, ma anche una persona che crede nella virtù religiosa della parola malgrado tutto e malgrado tutti. La vincitrice di questa prima edizione è stata Maria Sole Di Nunzio della 10F, che ha tradotto un brano incentrato sui problemi “matrimoniali” del protagonista.
L’iniziativa etico-didattica, che vedrà a breve la pubblicazione del primo “Quaderno di traduzioni”) ha dimostrato che esistono modi nuovi, innovativi e accattivanti per seminare un po’ di conoscenza e di amore per la letteratura fra i ragazzi. Prima dell’Olocausto vi erano circa dodici milioni di persone che parlavano yiddish; ora la stima è di un milione e mezzo. I due fattori di tale diminuzione sono da trovare sia nei processi assimilatori sia nell’Olocausto, perché dei sei milioni di ebrei uccisi, l’85% parlavano yiddish. 72 anni fa; non certamente un’era geologica. Un modo atipico di eliminare una lingua uccidendo chi la parla. Non sappiamo quanto questi tentativi possano contribuire a conservare il ricordo di una vita ebraica ricca, difficile ma al contempo esuberante, stroncata dal male assoluto. Si dovrebbe avere il senno di unificare in un unico impegno la salvaguardia del presente – lo Stato d’Israele – e la memoria del passato, che si estrinseca in questo caso nella letteratura yiddish, frequentata anche da sionisti come Dov Ber Borochov.

Emanuele Calò, giurista