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Shir Shishi – I bambini di Teheran

sarah kaminskiCon l’occupazione tedesca della Polonia nell’autunno 1939, circa 300mila polacchi e tra loro anche molti ebrei, fuggirono verso L’Unione Sovietica. Una parte si diresse in Siberia, come mia mamma, mentre altri si sparpagliarono nei territori uzbechi alla ricerca di salvezza. Nella disperazione molti genitori ebrei affidarono i figli agli orfanotrofi gestiti dai profughi polacchi, scongiurando i bambini di non rivelare la loro identità. Nel 1943, dopo un accordo tra i politici sovietici e la leadership polacca in esilio, l’esercito di Anders, partì per il Medioriente passando per Teheran. Con i soldati vi erano circa mille bambini ebrei, raccolti e accuditi nelle strutture collocate a Teheran e sostenute dalle comunità ebraiche in loco. Nel gennaio 1943, gli inglesi concedettero ai piccoli profughi i tanto desiderati visti e questi partirono accompagnati dalla signora Tzipora Shartok (moglie del futuro primo ministro, Moshe Shartok) e da altri rappresentanti dell’Agenzia Ebraica per un viaggio lungo e faticoso, che li portò fino all’Egitto, a Suez, a Gaza e finalmente in Terra di Israele. Lungo il tragitto percorso dal treno, erano a migliaia le persone commosse e in lacrime ad aspettare di salutare e accogliere i nuovi arrivati, il gruppo di bambini che includeva anche qualche centinaio di adulti.
Una storia miracolosa di fortuna e coraggio che verrà presentata in mostra dalla studiosa Farian Sabahi il 26 gennaio 2017 al MAO di Torino. Nathan Alterman, poeta e pensatore politico israeliano, ha dedicato a questo eroico salvataggio una lirica dal sapore amaro.

Davar, 1958

Anche dopo molti anni, a un’età di tutto rispetto,
anche dopo che il tempo avrà mutato il loro aspetto,
adornandoli di calvizie e barba canuta,
li chiameremo sempre “I bambini di Teheran”.

Si porteranno l’appellativo di Bambini fino alla vecchiaia
come un suono estraneo e strano. Ma il cielo è testimone
che anni addietro, nel tempo dell’infanzia,
il termine Bambini era per loro ancor più estraneo.

Perché nell’anziano a volte dimora un fanciullo,
ma “I bambini di Teheran” è un titolo che cela
il ricordo di un tempo cruento, persecutore e devastatore,
in cui ogni bambino lottava per la sua vita come un vecchio.

Sarah Kaminski, Università di Torino