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…tempi

«Ho abitato con Labano e mi sono attardato fin’ora», abbiamo appena letto in Vayshlakh. Le tempistiche sono molto importanti per la tradizione ebraica. In ogni campo, anche in politica. Il riconoscimento di Gerusalemme, non importa sotto quale status, come capitale dello Stato ebraico è un obiettivo da sempre auspicato, che significherebbe l’accettazione definitiva della comunità internazionale ai diritti di Israele di vivere nell’area culla della sua cultura e identità. Ma, i tempi sono importanti, appunto e, se si sbagliano, si rischia di fare più danni che altro. Non sfugge a nessuno che la decisione nasca nell’ambito di un quadro scandito dai problemi interni di alcuni protagonisti (Trump e Netanyahu) e, soprattutto, dal dinamismo dell’oggi silente Mohamed bin Salman, sempre più orientato verso un conflitto (speriamo non armato) con l’Iran. Conviene ad Israele e alla sua sicurezza seguire la geopolitica saudita? La reazione del mondo arabo, con la Turchia che ha già minacciato la rottura delle relazioni diplomatiche e Hamas che minaccia una nuova intifada, non sembra di buon auspicio. Così come sarebbe concreto (vedere Macron) il rischio di un isolamento diplomatico, di cui Israele non pare abbia bisogno. Ora si dice che Trump annuncerà oggi un riconoscimento formale, facendo però capire che i tempi del trasferimento diplomatico saranno lunghi perché ancora deve essere acquistata l’area, perché il cambio di sede richiederà uno sforzo organizzativo e via dicendo. Questione di tempi, appunto. E il tempo, si sa, porta buoni consigli.

Davide Assael

(6 dicembre 2017)