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Nel Talmùd (Sotà, 13 a) si racconta che quando i figli di Yaaqòv giunsero alla grotta di Makhpelà per seppellire il padre,
Esaù cercò di impedire la sepoltura accampando il suo diritto di primogenito a essere sepolto in quel luogo accanto a suo padre Ytzchàk.
Mentre Naftalì, veloce come una gazzella, correva in Egitto per recuperare il documento che attestava il diritto di suo padre Yaaqòv a essere sepolto in quel posto, Chushìm, il figlio sordo di Dan, intuendo che quella pretestuosa attesa era causa di disonore verso il cadavere di suo nonno, prese una mazza e colpì a morte Esaù.
Per la forza del colpo Esaù venne decapitato e la sua testa rotolò nella grotta fino ai piedi di Yaaqòv.
Il rav Kotler interpreta questo midràsh indicandoci che anche Esaù ha studiato Torà con suo padre e pertanto anche lui ha un qualche diritto di essere sepolto nella tomba di famiglia. Il suo approccio alla Torà resta tuttavia un mero esercizio di “testa”, accademico e intellettuale senza alcuna partecipazione del resto del corpo. Per questo motivo solo la sua testa, che giace ai piedi di Yaaqòv, viene sepolta assieme ai suoi antenati.
Ed è Chushìm, col suo gesto estremo, che ci ricorda come di fronte a situazioni di degrado e di crisi non ci si può perdere in lungaggini burocratiche e nei codicilli.

Roberto Della Rocca, rabbino

(2 gennaio 2018)