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Il cammino di un popolo

Sara Valentina Di Palma“La libertà non è stare sopra un albero…libertà è partecipazione”, cantava Giorgio Gaber, e così canticchio io dopo aver letto la parashà che dà inizio al secondo libro della Torah, Shemot. Ora una saga familiare assai moderna che oggi sarebbe un telefilm di successo, fatta di fratelli rivali, madri in competizione, padri che non riconoscono i propri figli e disastri naturali capaci di mettere alla prova l’intera umanità, diventa qualcosa di ben più ampio e corale, la storia di un intero popolo. Il sionismo nasce qui, da settanta uomini arrivati in Egitto e divenuti in circa due secoli seicentomila persone le quali forgiano il proprio nazionalismo in risposta ad una popolazione maggioritaria fattasi nel tempo ostile.
Gli egiziani hanno dimenticato il bene ricevuto da Josef e la riconoscenza per la sua gente, c’è un nuovo faraone il quale nutre nei confronti dell’altro vicino a sé timore ed invidia al tempo stesso e, come ricorda Rav Elia Kopciowski z.l., è infastidito dalla mancata assimilazione degli ebrei al popolo egizio (in Invito alla lettura della Torah, Giuntina 1998, p. 85). Risulta chiaro da qui come l’ebraismo non sia solo una religione intesa come sistema di valori, ma anche un popolo a quel sistema di valori strettamente legato, ed anche che tuttavia la situazione sia ben più complessa di quanto possa apparire a prima vista, dato che coesistono la possibilità di convertirsi alla religione ebraica ed insieme l’ereditarietà matrilineare anche per gli atei, e che precondizione per una vita ebraica è viverla insieme agli altri, in una comunità, dentro a questo mondo e non in solitaria ascesi.
Il primo ad aver colto che un piccolo gruppo connesso da legami familiari non è solo cresciuto in numero ma è nel frattempo divenuto un popolo è proprio il faraone, il quale intuisce il pericolo insito in un’entità non più marginale ma stabile ed influente. E tuttavia, per essere davvero un popolo, Am Israel ha ancora molta strada da fare per uscire dall’Egitto: conoscere la sofferenza e la persecuzione, voler cambiare il proprio stato, accettare la sfida di lasciare una vita sicura per una faticosa ed incerta, lasciarsi tentare dal canto delle sirene che davanti al Yam Suf invitano a tornare indietro, e non cedere. Continuare attraverso il deserto, lottare contro avversari leali o infidi pronti a colpire a tradimento alle spalle come Amelek, nemico tra i nemici. Peccare per paura, il terrore di andare alla conquista di una terra lontana e sconosciuta in cui i timori diventano giganti in grado di divorare i propri abitanti, come il timore di essere rimasti soli senza una guida e pensare di trovare conforto nell’adorazione di un idolo.
Un cammino, insomma, molto lungo ed arduo inizia ora, e l’aspetto forse più affascinante di questo nascere popolo unito è la ricerca della strada, l’apprendimento dell’importanza di resistere a qualsiasi tentazione idolatra: non solo quella materiale di costruirsi una divinità alternativa, ma anche quella mentale di restare ancorati alle proprie comode certezze, abitudini e giudizi sul resto del mondo.

Sara Valentina Di Palma