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JUDAICA «Benedizioni» per tutti

berakhotTALMUD BABILONESE. TRATTATO BERAKHÒT / Giuntina

Un re che si alza a mezzanotte? E per cosa, di grazia? Vorrà certamente andare a un ricevimento, divertirsi, folleggiare. Davide, quando s’è presentata l’occasione, è stato anche lui un po’, molto scapestrato. Ma adesso deve aver messo la testa a partito, se proprio nel pieno dell’oscurità si mette a pregare. L’unico problema è svegliarsi al momento giusto, né troppo presto né più tardi del dovuto. In fondo, l’ha scritto lui stesso nei suoi Salmi: «Nel mezzo della notte mi levo a lodarti, per i tuoi giusti decreti». Un marchingegno miracoloso gli dà il segnale. Al di sopra del suo letto è appesa la sua fida arpa. Quando si avvicina mezzanotte, il vento del settentrione soffia sullo strumento, che comincia a suonare senza che nessuna mano lo tocchi. Così il pio sovrano si alza e s’infervora nella preghiera e nello studio. Cosa studia? La Torah, parola per parola, un versetto dopo l’altro. Inabissarsi nei mille significati del testo sacro non è che un altro modo di recitare una preghiera, lunga quanto la vita. L’arpa che sveglia dolcemente il re Davide è uno dei molti incontri che attendono il lettore del trattato Berakhòt del Talmud babilonese. Berakhòt significa “benedizioni”, e viene dalla stessa radice semitica che dà origine, tra l’altro, ai nomi Baruch, Baracke Mubarak. Quello della benedizione è un fiume ampio, trasversale, gioioso, severo, che si riversa dagli antichi patriarchi del deserto, scorre per tutto il Vicino oriente e giunge sino alla devozione dei giorni nostri. Bisogna benedire per gli eventi lieti e per quelli avversi, prima del cibo e alla fine del pasto, e persino quando s’ode un tuono o si vede un fulmine. Il filo della benedizione cuce il tessuto dell’esistenza, giorno dopo giorno, un’ora dopo l’altra. E per ogni circostanza, per ogni sfaccettatura del diamante della preghiera, i maestri d’Israele hanno discusso, insegnato, dubitato, ordinato. Chi prende tra le mani l’imponente traduzione di Berakhòt, che esce ora per la cura di Rav Gianfranco Di Segni e per i tipi della Giuntina, può avventurarsi, finalmente in italiano e guidato da un meticoloso commento, in un mondo a un tempo remoto e familiare. Remoto, giacché dalla redazione del Talmud ci separa un millennio e mezzo di storia. Mentalità, immaginario, metodi, appaiono a prima vista esotici e lontani, richiedono, per essere avvicinati e, almeno in parte, compresi, attenzione e dedizione. Quello talmudico è però anche un universo che sentiamo intuitivamente vicino, per la sua umanità, e per la voglia, diremmo l’imperiosa necessità di dialogo. Di dialoghi è intessuta la pagina talmudica, fitti scambi di opinioni, fieri disaccordi, querelles infuocate. Per una misteriosa forza d’attrazione, queste voci discordanti, e le stesse personalità dei diversi rabbi, che nei primi secoli dell’era volgare hanno riplasmato l’eredità religiosa ebraica, si uniscono alla fine in un’inaspettata armonia. Il Talmud è un’opera veramente corale, che, nella varietà dei toni, cristallizza il lavorio di generazioni. Tante voci che s’interrogano, e una voce unica, distinta, stentorea, che risponde loro. Il Signore è vicino, prende parte, ascolta, s’intromette. La presenza divina è qui tangibile, assidua. Nessuna freddezza o estraneità. Dio partecipa agli affanni del proprio popolo, lo accompagna nell’esilio, lo esorta, lo sostiene. E prega. Questa del Signore che rivolge una preghiera a se stesso, affinché la sua misericordia vinca il suo stesso rigore, è la logica conseguenza del principio di scambio e di solidarietà tra divino e umano. L’energia della preghiera, che nel trattato Berakhòt trova una delle sue più intense espressioni, vibra da un estremo all’altro dell’essere. Quando il team di traduttori e commentatori, diretto dalla professoressa Clelia Piperno e sotto la guida scientifica e operativa di Rav Riccardo Di Segni, avrà completato il proprio lavoro, un mare di conoscenze si sarà riversato nel bacino della cultura del nostro Paese. Vicino e lontano, divino e umano, Israele e le nazioni, allora e ora. Libro di opposti che si cercano e s’incontrano, il Talmud è al tempo stesso raccolta di leggi, repertorio d’esegesi biblica, concentrato di vita vissuta, tesoro di folklore. Con una fisionomia propria, che lo distingue già a prima vista dalla letteratura cristiana d’età tardo antica, ma anche con tratti di spiritualità che lo uniscono alla più ampia eredità biblica, questo testo colossale giunge a proposito. Per una tradizione italiana che vuole rinnovarsi, o forse, dovremmo dire, che è costretta oggi a cambiare passo e prospettiva, la vigorosa alterità ebraica è un’aggiunta indispensabile. Multiculturalità non è un principio astratto. Mescolare le visioni, scoprire altri punti di osservazione, leggere in altro modo gli stessi passi della Scrittura, significa ampliare e intensificare le possibilità di una cultura. Cambiare il canone mentale, prima ancora di quello linguistico e letterario. «E disse ancora rav Chisdà: Un sogno che non è stato interpretato è come una lettera che non è stata letta» — così comincia un appassionante excursus di oniromanzia contenuto in Berakhòt. E, si potrebbe aggiungere, ogni libro non letto è un sogno che non si avvera. Il Talmud è una lettera lunga 5422 pagine. Leggiamola, questa lunghissima lettera. Un po’ alla volta, ma leggiamola.

Giulio Busi, Il Sole 24 Ore Domenica, 28 gennaio 2018