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MEMORIA Sopravvivere in Italia

salvarsiLiliana Picciotto / SALVARSI / Einaudi

Gli ebrei nell’Italia occupata alla fine del settembre 1943 erano 38.994, di cui 5.542 stranieri. Quelli identificati, arrestati e deportati (morti o sopravvissuti) oppure uccisi in Italia prima della deportazione furono 7.172. Sfuggirono alla Shoah 31.822 ebrei, una percentuale superiore all’81%. E altissima se si considerano la persecuzione scientifica messa in atto e i dati di altri Paesi dell’Europa. Come hanno fatto tutte queste persone a salvarsi? A questa domanda cerca di rispondere il libro di Liliana Picciotto Salvarsi. Gli ebrei d’Italia sfuggiti alla Shoah. 1943-1945, frutto del progetto di ricerca lungo nove anni «Memoria della salvezza», realizzato dalla Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (Cdec). I Giusti italiani riconosciuti da Yad Vashem sono 682. Hanno soccorso gli ebrei, li hanno nascosti o aiutati a scappare. Rappresentano una piccola parte di un atteggiamento popolare molto più ampio: ma è evidente che il loro numero non può spiegare la sopravvivenza di una così alta di sopravvivenza. Ci fu certamente un comportamento solidale, spontaneo e collettivo, soprattutto dopo il settembre 1943, ma bando alla retorica degli «italiani brava gente»: «Non esiste un buon italiano medio – scrive Picciotto -, ogni uomo può essere buono un giorno e cattivo un altro». I singoli hanno scelto di volta in volta come comportarsi di fronte al pericolo e ciò dipese da molti fattori: la percezione del rischio, l’avere legami con famiglie perseguitate, e se c’erano o meno bambini e anziani. I soccorritori hanno rovesciato il pensiero comune di allora, fatto di timore, diffidenza e assenza di umanità. Ma è inutile andare a cercare «un inesistente carattere collettivo italiano», anche perché è pieno di storie di soccorritori pienamente organici al regime fascista, che però di fronte all’orrore hanno fatto prevalere i principi di umanità. Piuttosto, la sopravvivenza di tanti ebrei è stato un fenomeno di «resilienza collettiva»: quello che contò enormemente, oltre agli atti di «altruismo privato», fu la capacità degli ebrei stessi di arrangiarsi, di affrontare il pericolo con intelligenza e inventiva, e con grande coraggio. Hanno avuto un peso in questa capacità molti elementi oggettivi. Le possibilità economiche, ad esempio: salvarsi voleva dire spesso vivere in clandestinità, ottenendo documenti falsi oppure nascondendosi. Affitto e cibo bisognava procurarseli sul mercato nero – e qui entra in gioco anche un altro fattore: il livello di integrazione. Più erano strette le relazioni sociali, più c’era possibilità di trovare sostegno. Gli ebrei dell’Europa occidentale – diversamente da quelli dell’Europa orientale – non erano individuabili in mezzo alla popolazione: non indossavano abiti tipici, non parlavano una lingua peculiare né erano occupati in mestieri caratteristici. In Italia poi, non furono obbligati a portare un segno distintivo sugli abiti, la stella gialla. Ma anche la geografia ha un ruolo nella mappa dei salvi: le grandi comunità di Piemonte e Lombardia, quasi un quarto degli ebrei italiani, furono favorite dalla vicinanza alla frontiera. Fondamentale è capire anche quale effettiva coscienza si avesse del massacro che era in corso. Spiega Picciolo che nel settembre del ’43 «presso il grande pubblico poco o nulla era trapelato della politica di sterminio in atto negli altri Paesi occupati». Solo dopo gli eccidi sulle rive del Lago Maggiore tra il 15 e il 22 settembre del 1943 e la retata tedesca a Roma, con l’arresto e la sparizione di più di mille persone, si materializzò la consapevolezza pubblica che qualcosa di terribile stesse accadendo agli ebrei (governo e alte sfere ecclesiastiche ne erano già informate). Ma era ancora «una nebulosa indistinta» e gli ebrei stessi tardarono a rendersene conto. Anche perché sapere non significa sempre capire: soprattutto se quello che si racconta è di un’atrocità tale che la mente rifiuta di credere, se non di concepire.

Paola Italiano, La Stampa Tuttolibri, 27 gennaio 2018