Makhshevet Israel – Ethos o ethnos? Dilemma moderno (anche) ebraico
I drammi delle migrazioni (per le ragioni estreme di fame, guerra, persecuzione politica, ecc.) toccano da vicino sia la società italiana sia la società israeliana. Un autorevolissimo rabbino italiano ha parlato di mondo ebraico “lacerato” dinanzi a questi drammi, che sono certamente questioni politiche ma prima di tutto sono esistenze umane concrete, storie di individui e dignità di persone. Un fenomeno migratorio di massa, a ben vedere, pone problemi non solo di sicurezza ma anche di identità. Il mondo ebraico italiano, in quanto minoranza e per la sua storia, ha nel proprio dna una grande sensibilità al problema ma non ha soluzioni politiche preconfezionate da offrire. Può nondimeno sollevare il velo dell’ipocrisia di quanti o non vedono, per cinismo, la ‘posta etica’ in gioco o non s’avvedono, per irenismo, delle ‘implicazioni’ realisticamente insite nel problema. Non si tratta di un dilemma nuovo. Esso è stato messo a fuoco dallo storico inglese Simon Schama, che ha da poco pubblicato in inglese il secondo volume della sua “storia degli ebrei” (così il titolo in italiano del primo volume, che però non coglie il senso del titolo originale: “The Story of the Jews” non è “The History of the Jews”, e questo è un esempio dei limiti linguistici del nostro idioma nazionale). Il secondo volume, non ancora tradotto, copre il periodo 1492-1900 e porta il titolo ben azzeccato “Belonging”. Come verrà tradotto in italiano? Appartenere? Far parte? Essere radicati?
Dall’affare Dreyfus in poi (leggi naziste di Norimberga, leggi razziste italiane del ’38 e altre derive sciovinistico-fasciste, fino all’attuale legge polacca sulla Shoah) al centro delle politiche europee emerge la questione dell’identità nazionale, che i processi unificatori dei risorgimenti e l’implosione della prima guerra mondiale non avevano risolto ma solo acuito. Tali identità sono a un tempo personali e comunitarie, culturali e religiose, linguistiche e territoriali, nazionali e regionali. Ma tutte ruotano attorno al tema del “belonging”: chi appartiene a cosa? chi è radicato dove? cosa crea un’identità: il suolo? una lingua o un dialetto? una storia comune (o un mito accettato da tutti)? uno stato? tutte queste cose insieme? La faglia che separa e aggrega gli elementi può essere riportata al dilemma moderno presentato da Schama: ethos (etica) o ethnos (etnia)? Un insieme di valori e regole attorno a cui una comunità si istituisce e si riconosce, valori e regole difese da una carta costituzionale; oppure un legame con specifiche caratteristiche di gruppo, una società che pensa se stessa come culturalmente ben delimitata e strutturalmente endogamica, la cui idenetità è messa in pericolo da infiltrazioni e contaminazioni? Hannah Arendt, valendosi ancora una volta della ricchezza lessicale dell’inglese, usava la distinzione tra ‘Judaism’ e ‘Jewishness’, a sua volta difficile da rendere in italiano: Judaism mantiene una forte valenza religiosa, mentre Jewishness è l’appartenenza a un gruppo che si identifica come ebraico in senso culturale.
Il sionismo di fine Ottocento fu anche una risposta alla questione dell’identità ebraica, messa a dura prova dall’idea razzista e storicamente falsa che gli ebrei “do not belong to Europe”. Portarli via dall’Europa sembrò a Herzl la soluzione. Ma la domanda “where do they belong?” lacerò lo stesso sionismo, soprattutto nei primi congressi: la risposta di Herzl non era quella di Achad Ha’am o di Buber, e più tardi quella di Ben Gurion non era quella di Zvi Jehuda Kook… La faglia, anche qui, si configura come un dilemma tra chi mette priorità sull’ethnos e chi sull’ethos: tra chi vede l’identità meglio salvaguardata dalla tutela dello specifico etnico (e religioso) e chi la vuole forgiata da valori universali e dalla cittadinanza in quanto tale. Sì, lacerato mi sembra l’aggettivo giusto per cogliere un conflitto che, prima di essere politico, è interiore e va avanti da più di un secolo. Forse già da molto prima, a leggere politicamente l’opera del rabbino livornese Elia Benamozegh, scritta in un’epoca in cui l’assimilazionismo sembrava “la via”. Egli cercò di conciliare il particolarismo del popolo ebraico e l’universalismo della sua legge in chiave teologica: “Un Dio che può scegliere a piacere il suo popolo di elezione è evidentemente il Sovrano signore di tutti, e ben lungi dall’essere nazionale per sua essenza, è eminentemente universale” (da “Israele e l’umanità”).
Massimo Giuliani, docente al Diploma Studi Ebraici, UCEI