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Brovedani, il coraggio del signor Fissan

il signor fissan

La sua testimonianza della deportazione si aggiunge alle altre numerose che in questi anni abbiamo imparato a conoscere. Senza la pretesa di essere uno storico, né un grande scrittore, ma solo la chiara voce di denuncia di un sopravvissuto, il suo libro Da Buchenwald a Belsen non suscita gli appetiti editoriali della macchina di produzione che è cresciuta in questi ultimi anni attorno al Giorno della Memoria. L’industriale triestino Osiride Brovedani (18931970) è rimasto in definitiva un mistero per tutti.
Taciturno, dotato di una personalità complessa, forgiata dalle esperienze gravi di una vita difficile, oggi l’apertura al pubblico della sua modesta abitazione di via Leon Battista Alberti riporta alla luce il suo esempio.
Schermata 2018-02-13 alle 13.37.43Si tratta di un piccolo museo senza fronzoli, proprio nel segno della semplicità dell’uomo che visse e lavorò in quei locali. E di un ritorno alle origini.
È in quello stabile, infatti, che tutto ebbe inizio. È lì che Osiride abitava con la moglie Fernanda, ed è nel salotto di casa sua che riceveva per gli appuntamenti di lavoro, trasformando il tavolo della sala da pranzo in scrivania. Ma soprattutto, è nello scantinato che nacque la Fissan, il celebre marchio che impose in tutte le famiglie la pasta protettrice per le pelli delicate dei bambini, nel 1930. Al di là del suo leggendario understatement, del suo culto per la discrezione, infatti, Brovedani fu un grande industriale, ma fu soprattutto una persona che la deportazione segnò in maniera indelebile. Fra le tante glorie e i tanti successi che avrebbe potuto mettere in luce (la nascita di un considerevole gruppo industriale, l’instancabile attività di benefattore, le attività per la gioventù e gli anziani della Fondazione da lui voluta e finanziata) il museo accoglie il visitatore con la logora casacca a righe da internato che Brovedani aveva conservato. I suoi ricordi della deportazione, la denuncia contenuta nelle sue memorie, tradotte in più lingue e a disposizione per suo volere anche in ebraico, aiutano a capire meglio quello che viene ricordato come l’imprenditore che si era fatto da sé, il benefattore di tanti bisognosi e anche come l’eccentrico personaggio in bermuda diviso tra il lavoro, il mare del golfo e le Alpi Giulie. La ricerca storica sulla permanenza di Brovedani nei campi di concentramento ha consentito di scoprire documenti ora disponibili per il visitatore insieme al diario e agli altri riferimenti che consentono di marcare il drammatico momento dell’arresto di un uomo, figlio di madre ebrea che nella città occupata dai nazisti e annessa al Reich finì per essere deportato sulla base di una spiata in quanto oppositore politico. Nella Fondazione che porta il suo nome si racchiude oggi tutta la vita di un uomo, che, dopo aver raggiunto l’apice della sua attività creativa e produttiva nell’industria che aveva creato con le sue mani, si è voluto ricordare di quella che era stata la sua base di partenza ardua, difficile e sofferta, che lo indusse, in uno slancio di umana solidarietà ed altruismo, a voler risparmiare a quanti più giovani poteva le sue sofferenze e offrire loro la sua esperienza per affrontare la vita con quella serenità e sicurezza che a lui erano mancate.
museo brovedani23Nato in una modesta famiglia, composta dal padre Giovanni, impiegato comunale, dalla madre, Noemi Moravia, casalinga e dalle due sorelle maggiori si impegnò fortemente negli studi fino a quando, fu costretto ad interromperli per aiutare, con il suo lavoro, il padre che non riusciva a sostenere la famiglia. Prima “galoppino tuttofare” al giornale quotidiano “Il Piccolo”. In seguito, grazie alla sua versatilità ed intelligenza, riuscì a passare da “correttore di bozze” a “critico d’arte” nel glorioso quotidiano socialista triestino “Il Lavoratore”, che meglio esprimeva i suoi ideali. Nel frattempo non smise di studiare per conto proprio, spinto da una grande curiosità di conoscere e di sapere. Il giornale lo inviò spesso a Vienna come corrispondente ed ebbe così l’opportunità di migliorare la conoscenza della lingua tedesca, approfondendo inoltre il suo amore per la letteratura tedesca.
Nel 1930 passò dal giornalismo ad un altro lavoro: a una Fiera di Milano, il celebre ricercatore Arthur Sauer, inventore della pasta protettiva Fissan (il nome è una sintesi latina “Fissuram Sanare”: sanare le screpolature) gli propose dì diventare rappresentante per tutta l’Italia dei suoi prodotti. Accettò il rischio di introdurre e propagandare una novità assoluta. Gli inizi furono difficilissimi, ma la sua capacità, la sua volontà di affermarsi superarono ogni scoglio. In quaranta anni, nonostante la ferita della deportazione, fece della sua piccola ditta un’industria di importanza nazionale nel campo dei prodotti per l’igiene dei bambini.
Aiutava i deboli e nel tempo libero, oltre a dedicare le sue attenzioni ai gatti del rione, si occupava di fotografia sviluppando le foto da solo, in un laboratorio allestito in casa. Non amava apparire né sentirsi protagonista, e quando era costretto a partecipare a incontri pubblici sedeva in ultima fila. La sua rinomata umiltà si rifletteva sull’aiuto silenzioso alle persone in difficoltà, a cui faceva giungere ragguardevoli somme, avendo cura che non conoscessero mai il nome dell’ignoto benefattore.
Brovedani non si limitò ad essere il titolare della sua ditta: divenne chimico, tecnico, propagandista medico, pubblicitario, venditore e… distributore. La Pasta di Fissan veniva inserita in tubetti di alluminio e confezionata in astucci muniti dell’immancabile bugiardino. Il lavoro era affidato alle famiglie del rione operaio di San Giacomo. La merce veniva consegnata e poi ritirata dallo stesso Brovedani.
Immancabilmente in bicicletta.

Guido Vitale, Pagine Ebraiche Febbraio 2018

Quando Guareschi gli disse: “Il tuo diario va pubblicato”

Durante la prigionia un suo compagno di sventura, poi amico, gli diceva che quelle note di diario che prendeva di tanto in tanto un giorno avrebbe dovuto pubblicarle. A insistere con Brovedani era l’inventore di Don Camillo e Peppone, il grande scrittore Giovannino Guareschi. Solo dopo la sua morte il manoscritto venne pubblicato dalla Fissan per onorarne la memoria e, stampato in decine di migliaia di copie, distribuito a tutti i farmacisti e molti medici italiani.
Ma gli amici veri di Osiride Brovedani lo ricordano ai piedi della statua di bronzo che lo riporta al centro del Campo
San Giacomo, la piazza del rione più popolare della città giuliana, roccaforte degli operai e dei portuali e teatro nel 1920 delle furiose proteste che la criminale amministrazione italiana scelse di prendere a cannonate, compiendo una strage di innocenti e aprendo le porte al fascismo. Brovedani un monumento non l’avrebbe mai desiderato. Eppure oggi la sua ombra riprende il suo passo bizzarro e trasandato, la sua mano, sempre pronta ad aiutare in silenzio la gente comune, impugna di nuovo quella borsa di cuoio consumato che si diceva potesse contenere tutto il suo ufficio.