Qui Parma – Il Convegno UCEITefillah, la preghiera al centro
Una giornata di studio dedicato al significato della preghiera, della Tefillah, quello organizzato dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane a Parma per il prossimo 11 marzo. Un appuntamento che vedrà confrontarsi rabbini e studiosi sul concetto di preghiera nell’ebraismo e prenderà il via dalla mattina (ore 10.30) per proseguire nel pomeriggio di domenica. Ad organizzare il convegno, il comitato scientifico formato da rav Roberto Della Rocca, direttore Area Cultura e Formazione UCEI; David Meghnagi, assessore alla cultura dell’Unione; Riccardo Joshua Moretti, coordinatore della Commissione Cultura UCEI e vicepresidente della Comunità di Parma, e rav Gadi Piperno, responsabile UCEI Progetto Meridione e rabbino di riferimento della Comunità di Casale Monferrato. La giornata di studi sarà aperta da un introduzione musicale di rav David Sciunnach, presidente del Tribunale Rabbinico del Centro Nord Italia e rabbino di riferimento della Comunità di Parma, che reciterà il canto di Barùkh Habbà e un Salmo. Dopo i saluti del presidente della Comunità di Parma Giorgio Yehudah Giavarini, il primo tavolo di relatori – moderato dal Maestro Moretti – vedrà gli interventi di David Meghnagi, che terrà una relazione introduttiva; delle origini della Tefillah parlerà rav Alfonso Arbib, rabbino capo di Milano; Le Kawwanòt e la tefillah il titolo della lezione di rav David Shunnach, mentre rav Della Rocca si soffermerà su La preghiera, un antidoto all’idolatria. Nel pomeriggio, moderati da Giavarini, interverranno il rabbino capo di Roma rav Riccardo Di Segni; rav Gadi Piperno su Il piyùt “Untanè Tòkef”, tra storia e leggenda; rav Adolfo Locci, rabbino capo della Comunità di Padova, su La tefillà come tiqqùn secondo il Ramchàl; di Individuo e collettività. La tefillah individuale e la tefillah rav Avraham Hazan, direttore del Merkos L’Inyonei Chinuch, Centro per L’Educazione Ebraica.
Tefillah, un’esperienza che ci lega
Perché un Convegno sulla Tefillah? In una società mediatica e planetaria ognuno ha l’impressione, per non dire l’illusione, di essere contemporaneamente in rapporto con l’umanità tutta intera. Ma il “tutti in relazione con tutti…” significa spesso “anonimato” , essere soli e persi. La cultura ebraica ci spinge alla ricerca di una società più intima che consenta ai suoi membri di conoscersi gli uni con gli altri e che apporti alle persone la coscienza di una vita comunitaria qualificata e stimolante senza schermi e senza restare schiacciati dai rispettivi ruoli. La Tefillah resta ancora oggi uno dei collanti più forti del popolo ebraico di fronte alle frammentazioni esistenti. Ancora oggi sono la Torah e la Tefillah a costituire le fonti principali per la conoscenza di una lingua moderna dal sapore antico. La Tefillah è quell’esperienza che ci lega al passato ricollegandoci all’esperienza dei Patriarchi e dei nostri antenati. La Tefillah ci proietta nel futuro e alla redenzione messianica passando per il nostro presente con le nostre richieste quotidiane , le nostre lodi e il nostro ringraziamento all’Eterno . Ma la Tefillah è un’esperienza che ci lega agli altri , “chi prega per le necessità dei suoi simili, l’Eterno risponderà alle sue suppliche …” (Talmùd Babilonese, Bavà Kamà 92 a).
L’atmosfera che si manifesta nel recitare tutti insieme la Tefillah è spesso un’esperienza che trascende le nostre singole individualità.
In alcune comunità si moltiplicano nuove sinagoghe che si aprono ma ci sono anche molte comunità nelle quali non si riesce a fare più il Miniàn per recitare un Kaddìsh, dove non c’è più traccia di un Talmùd Torah e dove il Bet ha Knesset si apre essenzialmente per mostrarlo a turisti curiosi del nostro passato glorioso. E i motivi di questo ineluttabile declino non sono riconducibili soltanto al calo demografico. Per garantire questi servizi, essenziali ad una vita ebraica degna di questo nome, sono sufficienti solo 10 ebrei. La trasmissione culturale, nell’ebraismo, la coscienza e la conoscenza si costruiscono attraverso l’esperienza concreta, personale, lo studio e l’interpretazione della propria tradizione. La Tefillah rivolta in comune ad un Creatore unico, ugualmente vicino ad ognuno di noi, tende a disinnescare l’idea di competizione e di gelosia, ma ispira al contrario un sentimento di fraternità. Per l’ebreo, anche l’appagamento dei bisogni fisici non potrà divenire fine a se stesso oppure l’interesse principale della propria esistenza. Se così fosse si rischierebbe di affondare nell’egoismo e nel volgare materialismo. Nella Amidà, la parte centrale della Tefillah, le nostre prime suppliche non concernono mai la prosperità materiale ed il successo economico, ma il perfezionamento spirituale e la preservazione della propria integrità. In ugual misura quando l’ebreo ha preso parte ad un pasto, si accinge a ringraziare l’Eterno per aver potuto soddisfare il suo naturale bisogno fisico.
Secondo Maimonide il riconoscimento del bene ricevuto “haakaràt hatòv” è il fine di tutte le mitzwot della Torah. In verità per nessuno è facile riconoscere chi ci ha fatto del bene. Significa, di fatto, ammettere che nessuno di noi è autosufficiente e che tutti abbiamo bisogno dell’aiuto del prossimo. Non riconoscere il bene ricevuto dal prossimo può portarci a non riconoscere il bene che ci ha fatto Ha Shem. Non dimentichiamoci che la stessa parola Yehudi viene dalla radice Hodaa, ringraziamento, riconoscimento. Un ebreo è colui che deve sapere dire “Grazie” e “riconoscere” le proprie responsabilità.
Roberto Della Rocca, direttore Area Cultura e Formazione UCEI