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Società – Non dimenticare il Giusto

Molti mestieri cambiano, si adeguano, si rinnovano. Chi potrebbe vantarsi di usare la tecnica e gli strumenti di 2500 anni fa? Forse non c’è tanto da gloriarsene, ma uno storico lavora sempre allo stesso modo, con un solo attrezzo. Il suo scalpello sono le domande. E il martello, altre domande, che battono e ribattono sullo stesso punto. Per vocazione, per dovere, per missione, lo storico ricerca, interroga le fonti, chiede ai testimoni, vuol vedere con i propri occhi. Historein, chiama Erodoto tutto questo instancabile inquisire. E perché, poi, darsi tanta pena? Non sarebbe meglio decidere una volta per tutte che il dossier delle risposte è abbastanza voluminoso? Perché ricominciare sempre daccapo, una generazione dopo l’altra, con febbrile inquietudine? Gli storici vorrebbero tanto cambiar lavoro, deporre i loro punteruoli aguzzi di dubbi. Ma è la storia che non dà pace, né a loro né a se stessa. E quando il nodo delle incertezze è grosso e aggrovigliato, più fitte fioccano le domande, più difficili e stentate sono le risposte. Proprio nel mezzo della civile Europa, a una manciata di decenni da noi, c’è una voragine che sembra senza fondo. La Shoah è come un cratere che non si riempie mai. “Basta, se n’è parlato fin troppo”. L’insofferenza serpeggia ormai da parecchio. Perché questa pagina della storia dovrebbe essere diversa dalle altre, che lentamente sono sbiadite, finite nei libri e uscite dalla vita comune? Che gli storici continuino pure, se vogliono, a farsi le loro domande accademiche. Ma che lascino gli altri liberi di andare oltre, scuotersi il peso di dosso, tornare alla normalità. Quale normalità? Che se ne dovesse parlare il meno possibile era già il programma degli sterminatori. Tanto fu chiassosa e roboante la propaganda antisemita quanto lo sterminio venne avvolto da un velo di cinico riserbo. Fare e non dire, ovvero uccidere e nascondere, cremare, negare, minimizzare. La normalità della persecuzione è il silenzio, l’indifferenza, la tacita approvazione. Martedì 6 marzo cade una doppia ricorrenza. Si celebra la Giornata europea dei Giusti e l’Italia subentra alla Svizzera nella presidenza dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). Istituire celebrazioni è relativamente facile. Può servire a sgravare le coscienze, a dare l’impressione che si è fatto abbastanza. Molto più difficile è attribuire un contenuto a queste date. Dar senso alle istituzioni preposte al ricordo è un compito infinito. La memoria collettiva non è in questo diversa da quella individuale, di ciascuno di noi. Va continuamente riempita, riattivata, controllata, poiché tende inesorabilmente a svuotarsi. L’IHRA è un’organizzazione internazionale, fondata nel 1998, che comprende 31 Paesi membri, io Paesi osservatori e 7 partner internazionali permanenti. Una struttura ampia, formale, ad alto livello, che ha lo scopo di aggregare e coordinare gli sforzi, affinché i governi e le guide sociali dei diversi Stati s’impegnino per l’istruzione, la memoria e la ricerca sulla Shoah. Poco nota al grande pubblico, ma importante nelle sue funzioni, l’IHRA serve insomma da strumento “riempi-memoria”. La politica dispone e facilita. Ma chi agisce sul campo? La scuola, innanzitutto. Poiché sono i più giovani quelli che ancora non sanno, ed è a loro, agli adulti di domani, che dev’essere insegnato e ricordato. L’Italia è membro dell’IHRA dal 1999, e la presidenza del 2018 giunge in un momento particolarmente significativo. Ci sono voluti 80 anni perché la “macchia indelebile” delle leggi razziali del 1938 -come l’ha definita il Presidente Mattarella nel suo significativo discorso del 25 gennaio scorso – risaltasse finalmente in tutta la sua bruttura. È vero che la memoria tende di solito ad affievolirsi col tempo. Ma talvolta avviene il contrario. A distanza si ricorda meglio. E il nostro Paese deve prendersi ora la piena responsabilità delle ruberie, dei soprusi e delle tragedie causate dalla discriminazione razzista, voluta dal fascismo e accettata da gran parte degli italiani di allora, talvolta con entusiasmo, quasi sempre con colpevole indifferenza. Gli storici continuano imperterriti a porre i loro interrogativi. Troppo a lungo? Ci sono voluti otto decenni per dirsi chiaramente, o meglio per cominciare a riconoscere quello che è avvenuto. Ottant’anni per vincere la retorica consolatoria degli “Italiani brava gente” e del “ma da noi è stato diverso”. È evidente che di spazio per domande scomode ce n’è ancora, eccome. Il passaggio ufficiale delle consegne tra Svizzera e Italia, che avverrà martedì all’ambasciata del nostro Paese a Berlino, può valere come un piccolo, necessario passo su questa strada di presa di coscienza collettiva. Il bisogno di consapevolezza storica nasce anche dal carattere ibrido, a un tempo anacronistico e pseudo-moderno dell’antisemitismo e del razzismo. È una caratteristica già notata con acutezza da Victor Klemperer, nella sua LTI, la lingua del Terzo Reich, diario tenuto nei i anni di potere nazista. L’antisemitismo hitleriano fu una commistione di stereotipi e accuse medievali e di apparente modernità, falsamente scientifica, unita a una gestione industriale delle uccisioni. Del resto, il nocciolo atavico, immutabile, legato al passato del pregiudizio e dei meccanismi di separazione razzista è lì, davanti ai nostri occhi anche oggi, pronto a ibridarsi con l’innovazione. Efficienza tecnologica dei lager di allora, velocità e moltiplicazione di post-verità digitali e di odio, ora. L’antisemitismo e il razzismo camminano all’indietro, con gli occhi fissi ipnoticamente a un’idea distorta di passato. Ed è per questo che bisogna ridirlo, il passato, per filo e per segno, come è stato nella sua verità fattuale ed emotiva. Senza stancarsi. Gli storici sono chiamati al loro mestiere vecchio di millenni. Ma ce n’è un altro, di mestieri, ancora più antico e difficile. Il mestiere di esseri umani.

Giulio Busi, Il Sole 24 Ore Domenica, 4 marzo 2018