moked/מוקד

il portale dell'ebraismo italiano

Milano – Tempo di Berakhot

20180312_152118“Tutto ciò che gli ebrei sono oggi, sta nelle pagine di questo testo. Come e perché osserviamo le feste, lo Shabbat, la Kashrut, tutte le altre norme. La base dell’osservanza è nel Talmud, pilastro imprescindibile dell’identità ebraica” spiegava a Pagine Ebraiche (Dossier Talmud, gennaio 2018) rav Gianfranco Di Segni, coordinatore del Collegio rabbinico italiano e curatore della traduzione in italiano del Trattato Berakhot (edizioni Giuntina). E proprio il Trattato Berakhot è stato presentato da rav Di Segni, assieme allo studioso Stefano Levi Della Torre, al pubblico milanese in occasione di questa edizione di Tempo di Libri. “Nove i capitoli in cui è suddiviso Berakhot. I primi tre – ha spiegato il rav – si occupano della lettura dello Shemà’ e delle berakhòt associate alla sua lettura”. La preghiera dello Shemà’, ha spiegato il rav, rappresenta la massima espressione del monoteismo ebraico e nel Trattato vengono scanditi i tempi in cui deve essere recitato: “quando ci si alza e quando ci si corica. Ma cosa significa questo? Il Talmud analizza e spiega il precetto”. Il Talmud, ha ricordato nel suo intervento Stefano Levi Della Torre, rappresenta la strategia che ha portato l’ebraismo a sopravvivere lungo i millenni: l’esistenza da una parte di un pilastro stabile, la Torah scritta, e dall’altro di una realtà in continuo movimento, che fa della controversia, della discussione, della continua interpretazione il suo carattere principale come il Talmud, ha permesso al mondo ebraico di superare la sfida del tempo, ha ricordato Levi Della Torre. Sia lo studioso sia il rav hanno poi proposto al pubblico di Tempo di Libri brani del Talmud legati alle donne, ricordando come la prima giornata della rassegna si sia aperta l’8 marzo. Tra le storie del Talmud ricordate anche quella legata a rav Nachman e la moglie Yalta, raccontata da Di Segni ai lettori di Pagine Ebraiche nel numero di marzo dello scorso anno. Di seguito il racconto.

LA BOTTE VUOTA E LA MOGLIE ARRABBIATA
È stato insegnato dai Maestri: Il bicchiere di vino su cui si benedice il pane viene offerto alla moglie alla fine del pasto. Perché? Affinché ella sia benedetta. Ullà, un maestro che faceva la spola fra le accademie della Terra d’Israele e quelle di Babilonia, riportando gli insegnamenti dall’una all’altra, capitò in visita a casa di rav Nachman e di sua moglie Yalta, famosa per la sua saggezza ma anche per il suo carattere. I due vivevano in Babilonia. Mangiarono del pane e Ullà, alla fine del pasto, recitò la benedizione, ma poi porse il bicchiere a rav Nachman. Questi gli disse: Mandalo a mia moglie Yalta! Ullà rispose: Rabbi Yo- chanan (che viveva in Israele) ha insegnato che il frutto del ventre di una donna è benedetto solo grazie al frutto del ventre dell’uomo, perché è scritto nella Torà: “E sarà benedetto il frutto del tuo ventre” (Deut. 7:13), dove “tuo” si ri- ferisce all’uomo e non alla donna. Quindi è giusto porgere il bicchiere della benedizione a te piuttosto che a tua moglie. Nel frattempo, Yalta aveva sentito che Ullà non le avrebbe fatto avere il bicchiere di vino e si alzò tutta arrabbiata. Andò nella cantina e ruppe quattrocento botti di vino. Disse rav Nachman a Ullà: Mandale un altro bicchiere per calmarla! Ullà glielo mandò e le fece dire: Tutto il vino del fiasco da cui ho riempito questo bicchiere sia di benedizione per te, ti prego di berlo! Lei gli fece dire di rimando: Da vagabondi che girano di città in città si sentono solo parole vane così come dagli stracci escono i pidocchi. (Adattato dal Talmud Bavlì, Berakhot 51b, con il commento di Rashì e altri).
Gianfranco Di Segni, Collegio rabbinico italiano