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Narrativa – A Parigi, tra felicità, e abisso

viennese a parigiErnst Lothar / UNA VIENNESE A PARIGI / Edizioni e/o

Oscuri presentimenti lasciavano avvertire da un pezzo l’incedere di una sciagura inesorabile, l’avverarsi di un incubo. Ma negli occhi di lei, giovane, romantica, innamoratissima, tutto sembrava un sogno. E sì che lei – Franziska, Franzi, ben presto Françoise – era tutt’altro che un’ingenua. Fiera, ribelle, impegnata, consapevole, quando se n’era andata tempestivamente dalla sua Vienna era partita sapendo bene di sfuggire alla minaccia della barbarie. Non era stata una fuga la sua, solo una trasferta professionale, un’occasione d’oro colta al volo al momento giusto, con buon anticipo sui tempi della storia, ben prima che i tedeschi nazificassero la sua Austria e l’annettessero al Terzo Reich. In patria lei non avrebbe avuto assolutamente nulla da temere: austriaca ariana di buona famiglia, beneducata e benestante, era stata cullata fin da piccola dall’ala della fortuna che adesso, venticinquenne, l’aveva sollevata grandiosamente e fatta atterrare con dolcezza nel posto più incantevole del mondo per darle un lavoro ultra sicuro di segretaria in una casa di produzione cinematografica americana e uno stipendio da capogiro. Soprattutto, era approdata a Parigi, nella Ville Lumière, dove contagiosa era “d’insaziabile voglia di divertirsi e l’incrollabile volontà di farlo”, dove tutto c’est vraiment formidable!, dove “la vita è meravigliosa!”. Non aveva alcuna ragione di rimpiangere i caffè, la musica, il teatro di Max Reinhardt, la confidenza con Franz Werfel e con le belle menti degli anni entre deux guerre. E alla luce della grandeur parigina, assaggiati lo champagne e i paté, perfino la sua grande Vienna le sembrava un paesotto: laggiù i nazisti “avevano trasformato Vienna in una misera città di provincia dove si mangiavano aringhe e gnocchi di patate, dove gli uomini andavano a passeggio in giacca di loden e le donne in Dirndl, dove nessuno poteva dire ciò che voleva, dove tutti avevano paura di tutti”. Lei invece passeggiava sugli Champs-Elysées, pranzava da Chez Marianne, giocava al Casino. La sua felicità – mentre a casa, alla vigilia del plebiscito, suo padre, un grande nostalgico della Doppia Monarchia, fedele ai valori internazionalisti e culturali dell’Austria-Ungheria, vedeva crollare tutto ciò in cui aveva creduto – è perfino irritante. Eppure, con tutta la sua romanticheria, con la sua estasi sognante, con il suo ottimismo ancora ignaro, Franziska non può non piacere. È sua la voce narrante – a rigore la penna scrivente – nelle pagine di Ernst Lothar, il quale ricorse all’antico escamotage del diario ritrovato per raccontare la vicenda di Una viennese a Parigi. In due edizioni, una prima, incompiuta, americana, scritta in inglese e stampata nel 1944 a guerra ancora in corso, col titolo A Woman Is Witness (“Testimone è una donna”) e una seconda, molto più ampia e definitiva, pubblicata in Austria dieci anni dopo nella versione tedesca intitolata di Die Zeugin. Parisier Tagebuch einer Wienerin (“La testimone. Diario parigino di una viennese”) uscì questo romanzone che ora le edizioni e/o pubblicano giustamente nella collana degli “Intramontabili” e nella traduzione italiana di Monica Pesetti. Singolare e preziosa è appunto – com’era nelle intenzioni dei due titoli storici – la “testimonianza” fornita da questo testo che, accompagnando la protagonista incontro al suo crudele destino, segue passo passo l’insinuarsi dell’orrore nelle coscienze, nella vita quotidiana prima degli austriaci e poi anche dei francesi, infine nell’intera storia d’Europa. L’autore non offre dettagli sulla reale identità della sua Franzi. Solo premette di aver ricevuto il suo diario manoscritto nel 1940 a New York e di aver deciso di dare alle stampe quelle sue annotazioni così significative cambiando il nome della diarista. Un trafiletto che, ripreso dalle pagine di cronaca di “Le Figaro”, riporta la notizia ferale della morte violenta e prematura della protagonista, ricuce nel finale il doppio legame del romanzo con la storia vera. In mezzo si dipana per oltre cinquecento pagine una narrazione che sta a metà tra la favola e la tragedia, tra il melodramma sentimentale e il dramma di destino, tra il filmone americano anni Cinquanta e l’opera letteraria engagée. Ciò non sminuisce il valore del testo, ne aumenta semmai la godibilità. Ed è perfino in linea con lo stile di Lothar, di Ernst Lothar Sigismund Müller che, di origine ebraiche, nacque a Brno nel 1890 quando la cittadina ceca era ancora austroungarica, crebbe a Vienna, fuggì a New York nel 1938 e donò al cinema Usa la trama di tanti suoi romanzi trasformati in film. Il più celebre tra questi è La casa dell’angelo (1948), tratto da La melodia di Vienna che, già edito in Italia da e/o, rappresenta il lungo capitolo precedente della saga della viennese a Parigi.

Alessandra Iadicicco, Corriere La Lettura, 11 marzo 2018