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POESIA Melodie ebraiche di Heine

melodie ebraicheHeinrich Heine / MELODIE EBRAICHE / Giuntina

E dove sennò? A mezz’aria, piantato “su pilastri colossali”, il giardino è fitto di “cipressi, aranci, aiole”. Lussureggia di statue, di fontane, di ponti pensili dalla graziosa curvatura. Un orto di delizie, insomma, che farebbe l’invidia di qualsiasi cavaliere medievale, per non parlare delle immancabili dame, belle e senza pietà. Anche qui potrete trovare, se ci riuscite, una regina dal fascino irresistibile. Ma attenti, Semiramide – perché lei è la padrona – non è signora di feudi. Regna sulle parole, sulle pergamene, sull’inchiostro. I suoi castelli hanno torri che s’innalzano sulla pagina e fossati scavati tra una frase e l’altra. Il giardino di Semiramide l’ha inventato Heinrich Heine, in una delle sue ballate più belle, dedicata a Giuda Levita, il grande poeta ebreo vissuto nella Spagna del medioevo. Nel 1851, quando uscirono le Melodie ebraiche, Heine era ormai immobilizzato, costretto a quel “sepolcro di materassi” in cui passò gli ultimi anni della vita. Quasi per contrappasso alla sciagura della malattia, i versi tintinnano di una nostalgia cristallina, e l’aria rarefatta, da fiaba senza tempo, sa prendere ancora oggi il lettore. Nel giardino di Semiramide è nascosta una metafora. Quegli alberi rari sono le leggende ebraiche, piantate in una terra di sogno, e come sollevate dalle cure e dagli affanni della quotidianità. Nemmeno ai poeti è però concesso di restarsene in eterno a far niente, sospesi fra le nuvole. Il carme di Giuda Levita è un continuo farsi e dissolversi d’immagini. Al giardino subentrano i quadri dolci-amari dell’epopea del protagonista, delicato cantore, filosofo acuto e amante d’un solo amore. Con quella sua prodigiosa abilità di modellare fantasmi con le parole, Heine evoca davanti ai nostri occhi Giuda Levita, partito per un lungo viaggio in cerca della propria bella. Gerusalemme è il suo nome. Non è una donna, direte voi. “Non castellana di fiorente giovinezza”, ammette Heine, ma intanto la trasformazione è riuscita. Giuda Levita la raggiunge, la sua amata di pietre, solo per morirle in grembo. Un misterioso cavaliere trafigge il viaggiatore proprio davanti alle porte della città santa. È un demone? O forse è un angelo, inviato dal Signore per carpire il prediletto alla terra e portarlo in cielo? “Sol la morte può salvarmi, / e ahimè son immortale”, così canta Heine, e parla allusivamente di se stesso, della propria afflizione fisica e, ancor più, del grande tormento della sua vita. Quell’essere ebreo in maniera conflittuale, irredenta. Sarcastico verso le proprie origini, perennemente alla ricerca di una ragione di essere, anche dopo la conversione al cristianesimo, consumata già nel 1825. Tedesco ma costretto dalle proprie idee politiche a vivere in esilio a Parigi. Ebreo ma obbligato dai propri dissidi interiori a trascorrere gran parte dell’esistenza al di fuori dell’ebraismo, Heine impersona un fatale “fuori di sé”. Fatale per il peso psicologico che comporta. Ma provvidenziale come condizione creativa. Lì, in un ebraismo mai completamente perduto e mai davvero accettato, si accende per Heine la vocazione al canto e alla parola. Se la letteratura è non luogo per eccellenza, il giardino di Semiramide è il posto migliore per trovarla. –

Giulio Busi, Il Sole 24 Ore Domenica, 11 marzo 2018