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NARRATIVA ISRAELIANA Una bocca bellissima e senza più corpo fa innamorare l’infermiera dei soldati feriti

himmoYoram Kaniuk / HIMMO RE DI GERUSALEMME / Giuntina

Era pericoloso andare a Gerusalemme nell’inverno del 1948, ma Hamotal non si accorgeva di quello che succedeva intorno a lei». Cosi inizia Himmo re di Gerusalemme, il romanzo scritto da Yoram Kaniuk nel 1968 e tradotto ora in italiano da Elena Loewenthal per la casa editrice Giuntina. Hamotal, infermiera giovane e bella coi suoi capelli neri corti porta le cicatrici di un dolore grande e il peso della morte del fidanzato caduto in battaglia. Il suo cuore però non è afflitto e pieno di comprensione, anzi: prova un sorprendente bisogno di infierire sul vecchio guardiano che viene ad accoglierla. Già nelle prime pagine, mentre affronta il pericoloso tragitto verso il monastero «tutto quello che accadeva sia dentro sia fuori le sembrava come un sogno lontano». L’ospedale militare, perché questo è l’uso attuale delle vecchie mura, è uno spazio di alterità, un tempo sospeso: ogni stanza sembra sprofondare verso il basso, le finestre che sporgono come balconi sospesi sono nicchie ambite, i feriti meno gravi sono attratti dall’albero che in cortile si sporge fino a loro. E i primi passi di Hamotal tra i suoi nuovi pazienti sono il segno iniziale di una distanza, la definizione di un confine tra lei e loro. Loro, «muti sconosciuti che avrebbero trovato in lei un’energia efficace, forte e infrangibile». Decisa, pretende che rispettino le regole senza fare domande, ma è anche capace di una cortesia molto femminile, che li stupisce ancora di più. Una giovane infermiera capace di fredda e ritrosa gentilezza, che li mette di buon umore. Si mostra instancabile. Uno dei suoi pazienti, Assa, la paragona a una stazione ferroviaria «senza treni, benché bella ed elegante, con gli orologi precisi appesi ai muri e i capostazione nelle loro regali uniformi», mentre le altre infermiere la considerano superba, fredda e non amichevole. Poi non ci vuole molto tempo perché Hamotal si senta come se non fosse mai vissuta fuori di lì, «I corridoi dell’edificio erano il sentiero della sua vita, gli abitanti il paesaggio del suo mondo», al punto che col passare del tempo dimentica da dove era venuta e cosa sia il domani che minaccia di emergere fra le speranze. Paiono tutti fantasmi indistinti, gli altri personaggi, tranne Clara, Clara la cattiva, Clara l’unica monaca rimasta, che sa imprecare in dieci lingue perché «in un posto del genere bisogna saperlo fare. Che città folle, divora i suoi abitanti, imprigionata della magia del suo passato, sporca come l’inferno…». Fantasmi indistinti sino a quando non viene ricoverato un nuovo paziente, che a Hamotal viene annunciato con un secco «ci hanno portato questa cosa qui», una cosa che sta tutta nelle istruzioni: «Himmo Farrah 2 maggio 1929. Iniezioni di analgesico secondo il necessario, dosi illimitate», e lo sguardo dell’infermiera si sofferma a contare le parti: gamba destra manca, gamba sinistra manca, un braccio manca sino al gomito, uno sino al polso, la pancia squarciata, la faccia come il disegno di un pazzo, organi scoperti e pesti, corpo coperto di bende, schegge blu, in parte sotto pelle in parte fuori, ferite aperte, fetore di carne marcia. Impossibile sapere se Himmo era stato alto o basso, largo o stretto di spalle. Non ci sono neppure gli occhi. Non resta altro che la bocca, una bocca bellissima, una visione delicata, con i contorni netti, disegnati, perfezione assoluta Cosa tiene in vita quel corpo smembrato? Una unica volontà, che esprime in un sussurro che ferisce come il peggiore degli urli: «Sparami, sparami, sparami…» Era stato bello, bello al punto di avere tutto quello che desiderava, Himmo, da vero re di Gerusalemme, e arriva a sconquassare i fragili equilibri dell’ospedale mettendo i malati e la stessa Hamotal a confronto con se stessi, con le proprie debolezze, con i propri dubbi, con le proprie domande. E Kaniuk con le pagine di questo piccolo libro riesce nella sua solita magia: chi legge deve inevitabilmente mettere in discussione se stesso e le proprie certezze, e interrogarsi, senza pietà: la forza di Himmo, che non riesce a morire, mette in crisi i rapporti tra i feriti, quelli tra il personale dell’ospedale, e tutte le certezze dei singoli personaggi. Ma anche i lettori, non solo la giovane infermiera attratta dalla bellissima bocca del suo paziente al punto di arrivare a occuparsi solo di lui, non possono esimersi dall’interrogarsi: che senso ha vivere? Soffrire? E curare, poi, è sempre la scelta migliore? Fino a quando una vita vale la pena di essere vissuta?

Ada Treves, La Stampa Tutto Libri, 25 marzo 2018