Haggadoth

valentina di palmaCome in tante altre case, stiamo freneticamente finendo gli ultimi preparativi. Poi c’è sempre la sensazione di non aver fatto tutto per tempo, o come avremmo voluto, ma fa parte della consapevolezza che anche noi, come i nostri padri, partiamo di fretta e come il pane non lievita perché bisogna andare, così ci accorgiamo quasi all’ultimo che c’è ancora qualcosa di importante, poi manca il caffè solubile (ma troviamo una volenterosa ospite che trascorrerà con noi tutta Pesach e che stamattina lo ha acquistato apposta per portarcelo).
Come ogni anno, la parte più impegnativa, faticosa e bella è cantare insieme, in vista dei Sedarim, ognuno con la propria Haggadà sulle ginocchia di Shabbat, andando in auto al Talmud Torà, infilandosi stanchi nel letto prima di dormire.
E come ogni anno trovo affascinante tutto quello che di nuovo scopriamo.
Il capo famiglia decide, alla terza variante testuale che troviamo, di chiudere la sua Haggadà Tzelì Esh pubblicata da Morashà con il commento di Rabbì Leòn da Modena z.l., per leggere insieme dalla mia, di rito sefardita edita da Giuntina con le note di Rav Fernando Belgrado z.l. e le illustrazioni di Emanuele Luzzati z.l., perché questo rito rappresenta qualcosa per noi e non per voi,e noi tutti vogliamo essere presenti allo stesso modo quando usciamo dall’Egitto.
Ad un bambino aggiungo a mano una parola la quale, con suo enorme stupore, si accorge mancare dalla sua Haggadà in Vahì sham, “Là divenne una nazione grande e forte”: l’anno scorso non l’aveva cantato e vede ora che dalla sua edizione de La mia Haggadà edita da Logart Press con la traduzione adattata per bambini di Rav Benedetto Carucci Viterbi (e generosamente donata alcuni anni or sono a tutti i bambini ebrei italiani dalla Organizzazione Sanitaria Ebraica di Roma) manca la parola vairbù, aumentarono, mentre bisogna sottolineare che là in Mitzraim i figli d’Israele creebbero, aumentarono e divennero molto forti!
Un altro tiene, ogni volta, a mostrarci le illustrazioni della sua di Haggadà (anzi de La nostra Haggadà per ragazzi rivista da Jacov Di Segni per Morashà con illustrazioni di Mario Camerini) quando ci accingiamo a cantare in coro Vehì Sheamda, “questa promessa è rimasta valida a favore dei nostri padri ed a favore nostro”, perché in ogni generazione vi è sempre stato ci si è levato contro di noi per distruggerci, e le immagini riportano in una sintetica carrellata soldati romani e frati trecenteschi, navi pronte a salpare dalla Spagna di fine Quattrocento, ghetti di età moderna e lager nazisti – ma in primo piano campeggia la speranza di un chalutz con kippà e fucile su un trattore israeliano.
E allora non resistiamo, in fondo non è tempo sottratto ai preparativi ma acquisito: arrampicandomi di nascosto sulla libreria, con arditezze acrobatiche che un po’ la stazza di questi mesi un po’ la prudenza sconsiglierebbero, prendo l’Haggadà curata da Rav Benedetto Carucci Viterbi per Logart Press nell’edizione voluta da Clotilde in memoria di Maurizio Pontecorvo z.l.: oltre a bellissime illustrazioni c’è anche qualche spartito da provare; poi la New American Haggadah curata da Jonathan Safran Foer e tradotta da Nathan Englander nel 2012, nei cui commenti a latere all’inizio dell’Hallel leggiamo che un rabbino alsaziano vissuto durante la Shoah ha scritto nek 1941 una Haggadà per gli internati dei campi in cui ha aggiunto in yiddish, all’augurio di essere l’anno prossimo a Gerusalemme, quello che la sua Haggadà potesse essere l’ultima in esilio.
Del resto nell’Haggadah di cui ancora molte copie si trovano nella nostra Comunità arrivate al seguito dell’esercito americano, pubblicata nel 1944 dal National Jewish Welfare Board ad uso dei militari ebrei inviati in guerra, prima di My Country, ‘Tis of Thee (noto anche come America e a lungo usato come inno nazionale statunitense), c’è una versione dell’HaTikvà che non è quella cui siamo usi: Israele non era ancora nato, l’Haggadà riporta una versione abbreviata dell’originale Tikvatenu del poeta polacco Naphtali Herz Imber, e forse, in quel momento, il riferimento alla fine della nostra speranza solo con la fine dell’ultimo ebreo non era fuori contesto.
Ripenso ad un’Haggadà tedesca, pubblicata ad Hannover da Telgener nel 1868, che si chiudeva senza il futuro inno nazionale il quale ancora non era stato scritto, ma con il canto di Had Gadià, e un’altra pubblicata dallo stesso editore nel 1840, che terminava con la prima parte dello Shemà.
Perché verso la libertà ci avviamo scorrendo da più parti, ognuno dal nostro personale punto di vista, secondo la nostra sensibilità ed il nostro percorso, qualcuno in cui risuona più forte lo struggimento di Anì maamin in ricordo dei sei milioni assassinati per mano nazista, altri con l’Haggadà traslitterata e stampata per gli ospiti che non leggono l’ebraico ma saranno con noi al primo Seder, chi con l’Haggadà a fumetti e chi con quella inclusiva, progressista ed ambientalista di rav Michael Lerner (il quale non solo cita i movimenti di liberazione GLBTQ e gli insegnamenti marxiani, ma riporta un’Had Gadia ‘non violento’ in cui nessuno shochet uccide nessun bue e non c’è angelo della morte ma solo un angelo delle trasformazioni mosso da amore), e tutti allo stesso tempo confluiamo insieme nello stesso fiume.

Sara Valentina Di Palma