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“Vittorio Dan, un ebreo fortunato”

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È un libro che segna uno spartiacque, per tanti motivi. A partire dal fatto che da allora per gli ebrei italiani raccontarsi, condividere storia, tradizioni e prospettive con il resto della società, non fu più un tabù. “Storia di un ebreo fortunato”, la straordinaria biografia di Vittorio Dan Segre, è una pietra miliare nel Novecento letterario. Un patrimonio di aneddoti, magistralmente esposti, attraverso cui è possibile raccontare le vicende antiche e radicate di questa minoranza in Italia.
Al Dan Segre scrittore, diplomatico e intellettuale, ma anche al giornalista che ha accompagnato con tanti preziosi consigli la nascita del giornale dell’ebraismo italiano Pagine Ebraiche è stato dedicato un partecipato intervento del direttore della redazione UCEI Guido Vitale, ospite ieri del corso di Storia dell’Ebraismo tenuto da Alberto Cavaglion all’Università degli Studi di Firenze.
Una relazione incentrata in particolare sul rapporto di Vittorio Dan con lo zio Guido Segre e con il cugino Carlo Emanuele Segre Melzi. Profili e scelte di vita diametralmenti opposti, e una diversa elaborazione della grande ferita delle Leggi razziste che per Vittorio Dan ebbe come conseguenza l’espatrio verso l’allora Palestina mandataria, il futuro Stato di Israele. Un viaggio intrapreso da Trieste, da cui transitarono migliaia di correligionari in fuga dall’Europa nazifascista, e che ebbe come antefatto alcuni incontri destinati a imprimersi nella sua memoria. Come quello con lo zio, uno dei più grandi industriali del suo tempo, da sempre vicino al regime ma anch’egli tradito, inesorabilmente, dalle Leggi del ’38. Si rincontreranno soltanto nel ’45, zio e nipote, nella Roma appena liberata. Guido, ormai morente, con un’identità ebraica ormai fatalmente sradicata. E Vittorio Dan, al seguito degli eroi della Brigata Ebraica che liberarono l’Italia con la Stella di Davide al braccio.
Scrive Pietro Spirito: “Guido Segre non fu un ebreo fortunato. Anni dopo la sua morte il nipote giornalista Vittorio Dan Segre gli avrebbe dedicato più di un ricordo in un libro dal titolo contrario, eppure la vita di questo imprenditore che rappresenta il capitolo triestino di una saga familiare antica fu segnata dal peggior destino possa capitare a un uomo: la negazione della sua identità, l’umiliazione del non riconoscimento delle proprie conquiste, morali prima ancora che materiali. Guido Segre aveva lottato per l’Italia, e l’Italia lo aveva abbandonato. Aveva creduto nel fascismo, e il fascismo lo aveva tradito”.

(13 aprile 2018)