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didattica…

Oggi si parla spesso di didattica. Una parola troppo spesso abusata.
La didattica è la scienza della comunicazione e della relazione educativa. La comunicazione per definizione è bidirezionale. Bisogna per forza essere in due, ed essere connessi per poter comunicare: un messaggio va mandato, ma rimane inerte se non viene recepito.
A ragione si ritiene che colui che insegna debba saper trasmettere il messaggio, ma questo non è sufficiente. Troppo spesso nella didattica contemporanea ci si sofferma esclusivamente sul ruolo attivo del docente; quasi mai, invece, sul ruolo del discente, ruolo troppo spesso ritenuto passivo: si deve in tutti i modi (anche trasformando il docente in un “giullare di corte” e la lezione in uno “spettacolo mediatico”) suscitare (resuscitare) l’attenzione dello studente, che a sua volta viene ritenuto incapace di interessarsi a priori, se non riguardo a temi specifici che coinvolgono la sua attenzione in base ad un criterio meramente utilitaristico. Abbiamo perso la capacità di ascoltare nella nostra società. Siamo bombardati di informazioni, proprio per questo non ascoltiamo più nulla.
Troppo spesso si ritiene che l’attenzione dello studente (quando c’è) sia catturata principalmente dal “saper fare” (“competenze”; “scuola-lavoro”) e soltanto di rado dal “saper essere” (“formazione dell’identità”, “formazione umanistica”). Troppo spesso ci si ferma ad una formazione per “competenze pratiche” e “problem solving”. Questa sembra essere la “principale funzione” della Buona Scuola oggi.
Questo modo di pensare è prigioniero di una stereotipata visione della Buona Scuola.
Il successo nel “saper fare” ha una base nella formazione del “saper essere”, sull’identità. Altrimenti sarebbe come costruire un palazzo sulla sabbia.
In questo senso forse un Liceo Ebraico può dare un segnale alternativo: una didattica dell’identità. Si parla spesso di didattica ebraica: essere una scuola ebraica, oggi più che mai, dovrebbe significare essere “fuori dal coro” didatticamente parlando.
Si parla tanto di identità ebraica: l’identità è l’insieme di caratteristiche linguistiche, culturali, storiche, filosofiche, religiose e giuridiche che rendono un gruppo di individui unico e inconfondibile, e quindi diverso da ogni altro. Il valore etico-sociale dell’identità, della differenza, ha una sua ragion d’essere, una dignità che non va confusa con una sorta di “chiusura mentale”.
L’identità ha a che fare, quindi, con il “saper essere”, non con il “saper fare”. Questo è il messaggio di base che, per prima cosa, una buona scuola deve saper trasmettere allo studente. E a questo fine è necessario che la società, la famiglia, a priori, dia valore al “saper essere”, alla formazione dell’identità. È necessario avere “sete di identità” a priori, in un mondo in cui tutto questo viene messo in secondo piano. La società globalizzata di oggi tende a trascurare questo aspetto.
L’interesse del discente per le materie umanistiche, per la formazione della propria identità può quindi essere suscitato dal docente solo se, a priori, la società, in primissima istanza la famiglia, da valore a questo ambito formativo. Se vengono meno questi presupposti, immolati sull’altare (per Mammon) di una concezione meramente “utilitaristica” finalizzata a formare “professionisti per competenze e problem solving”, sarà sempre più difficile formare “uomini”, con tutte le conseguenze etiche, spirituali e sociali che questo comporta.
Spesso, al giorno d’oggi, anche figure come il “Letterato”, il “Filosofo”, lo “Storico”, la “Guida Spirituale” vengono percepiti meramente come “competenti fornitori di un servizio che ha una sua utilità sociale”, snaturandone completamente il ruolo. Nella nostra società “post-moderna” si tende a formare queste stesse figure per il futuro con questa concezione e di conseguenza rendendole di fatto “future guide cieche, fuori dal mondo”. I valori più elevati non possono essere venduti al mercato.
Quale potrebbe essere un messaggio Ebraico difronte a questo fenomeno?
E dove non ci sono Uomini sforzati tu di essere un Uomo (Avoth 2, 5)
L’aspetto identitario nella formazione delle generazioni future deve essere percepito come una necessità vitale a priori.
Nella società contemporanea, nella quale anche la formazione umanistica diviene una semplice “funzione”, anche l’identità diventa uno “strumento per soddisfare i bisogni dell’individuo”. Il problema di come vivere da uomini non si può risolvere sulla base delle “competenze”, o della “comune esperienza nel risolvere problemi”. Il significato di vivere appartiene all’identità; essa possiede una logica spirituale tutta sua, che non si arriva a comprendere senza viverla e senza conoscerne e apprezzarne i temi filosofici fondamentali. Bisogna guadagnarsi il significato del vivere, non solo il sostentamento materiale. Ed è nostro dovere morale formare i nostri ragazzi al “Saper Essere”.
Ma che cosa andiamo ricercando?
Grandissima parte della attenzione degli studenti è rivolta a quello che accresce la loro capacità di produrre, questo modo di vedere la vita è il frutto della nostra società contemporanea. Il sistema più comune è quello per cui una disciplina umanistica sarà ritenuta significativa se risulterà atta a soddisfare quantomeno una necessità sociale.
Tuttavia, questo non può valere per l’essenza dell’identità. La formazione di un’identità non consiste nell’appagamento di una necessità sociale. La formazione tecnico-scientifica ci fornisce una quantità di informazioni atte a fare, a produrre; la formazione umanistica ci porta invece ad approfondire la nostra identità per metterci in grado di essere persone.
Quello che cerchiamo nella formazione umanistica non è il senso dell’utile, ma il senso dell’essere: il problema della vita nella ricerca di un ideale o di un sistema di vita che contempli anche la sfera spirituale. Non si dovrebbe, perciò, giudicare la formazione umanistica in modo meramente razionale. Questo genere di discipline non si trovano entro, ma oltre i limiti della mera ragione: devono essere fonte di ideali e di valori.
Le “competenze” usano il linguaggio della logica, spesso dell’invenzione difronte a nuove situazioni; la poesia è, invece, il linguaggio dell’identità.
Come intraprendere il dialogo educativo?
Sia la tua casa una casa di riunione per i Chachamim (sii pronto ad accogliere il loro messaggio), impolverati della polvere dei loro piedi (sappi di non sapere; sii umile e segui il loro modo di agire) e bevi nella sete (con costante impulso di sete; con un interesse a priori innato) le loro parole (il loro messaggio per essere recepito presuppone l’antenna per recepirlo: la sete di curiosità).
(Avoth 1, 4)
Il dialogo didattico presuppone la sete di conoscenza. L’atteggiamento appropriato verso lo studio della Torah è dichiarato da Rashi nel secondo brano dello Shemah (Deuteronomio 11, 13): dovrebbe essere sempre come una nuova cosa per te come se l’avessi ricevuta per la prima volta oggi. Questo è possibile solo se si ha una giusta prospettiva e un interesse verso lo studio della Torah. Non è insolito che la gente si distragga durante una lezione. Questo può accadere anche se il docente è un oratore eccezionale. L’attenzione dipende più dall’atteggiamento dello studente che dall’abilità dell’insegnante. Se una persona si trovasse in una situazione precaria e qualcuno gli stesse dando istruzioni su come salvarsi, rimarrebbe certamente attento e ascolterebbe ogni parola.
Ci riferiamo alla Torah come alla “Torah della Vita” (Torath Chaym), e se la apprezzassimo pienamente come una fonte indispensabile nella vita per la formazione della nostra identità, difficilmente saremmo tentati di porla in secondo piano. L’acqua che beviamo oggi non ha un sapore diverso dall’acqua di ieri o quella degli anni passati, ma se abbiamo molta sete, è rinfrescante e deliziosa. La sete è una sensazione che sentiamo quando il corpo manca di acqua, e i tessuti disidratati generano un desiderio di acqua. “Bevi la saggezza degli studiosi con sete.” La brama per la Torah avverrà solo se si ha consapevolezza, a priori, di quanto se ne ha bisogno e quanto ne manca effettivamente. Oggi abbiamo perso la capacità di percepire la nostra sete di identità. Uno non diventerà mai uomo (meno ancora un ebreo) se non ha a priori costantemente sete di Identità. Ma la sete dentro di sé non la so può indurre. La di può solo percepire o ignorare. La società e, in primissima fase la famiglia, deve riscoprire e ascoltare la propria sete innata di identità e non solo a propria fame di “competenze e risoluzione di problemi del mondo del lavoro”.
Il Docente può solo dissetare l’assettato: a questo servono le discipline umanistiche (letteratura, la filosofia, la storia, la religione, le lingue).

Paolo Sciunnach, insegnante

(7 maggio 2018)