moked/מוקד

il portale dell'ebraismo italiano

Violenza di pace a Torino

angelica edna calò livneGli spettacoli di Beresheet LaShalom creano nel pubblico una sorta d’incanto. Spettatori di ogni età s’innamorano dei ragazzi, percepiscono il messaggio autentico e genuino e la richiesta innocente di pace. I ragazzi ebrei e arabi dell’Arcobaleno hanno portato al Festival “Cartoons on the bay” lo spettacolo “Mamma perché noi non possiamo entrare?” – cinque storie vere di bambini ebrei che hanno vissuto le persecuzioni nazifasciste nascondendosi con le loro famiglie presso gente coraggiosa che non ha esitato a mettere a repentaglio la propria vita. Tra i vari eventi ai quali abbiamo partecipato c’era uno spettacolo al Teatro Ragazzi di Torino in collaborazione con l’associazione Pequenas Huellas, un’orchestra di ragazzi e adulti. Il violinista algerino Nabil Hamai deve aver sentito l’amore che si sprigionava nell’aria nei confronti d’Israele mentre i ragazzi recitavano le loro storie e ha pensato bene di spezzare l’incanto. Dopo essersi esibito in una sua creazione ha chiesto al pubblico di alzarsi per un minuto di silenzio per ricordare le vittime della Siria e della Palestina e per Gerusalemme capitale della Palestina. Sono passati alcuni secondi prima che ci riprendessimo dalla sorpresa. Ho atteso invano che qualcuno degli organizzatori reagisse e desse spiegazioni al pubblico allibito. Sono tornata in scena irrompendo, prima che Nabil riprendesse a suonare, rivolgendomi al pubblico e sottolineando il fatto che Gerusalemme è la capitale di Israele mentre lui, imperterrito, senza batter ciglio, continuava ad asserire che per lui Gerusalemme è la capitale della Palestina. Una delle organizzatrici, disperata per la situazione creatasi mi ha esortato a tornare sul palco e ad abbracciarlo in segno di conciliazione. Non l’ho trovato giusto. Non l’ho fatto.
Questa è la risposta che ho ricevuto la sera stessa da un’altra delle organizzatrici.

UN’OCCASIONE SPRECATA – Buona sera Angelica e Nabil,
sono rimasta veramente sorpresa e ancora mi sento turbata per i vostro comportamento. Ospiti di un coro e un’orchestra di bambini e ragazzi avete usato il loro palco per dimostrare tutto il contrario di quanto fosse nell’intento della serata, nell’insegnamento che Pequenas Huellas cerca di trasmettere e soprattutto nelle vostre stesse parole. Mi sono amareggiata per l’ipocrisia delle intenzioni dichiarate e del vuoto che risuonava dietro le vostre parole di arte, condivisione e dialogo, che tutti i giovani presenti hanno colto e subito.
Un’occasione sprecata, un esempio negativo, la sensazione che non si cerchi nessun cammino comune – Maria Silvia

Insieme ai ragazzi abbiamo scritto una risposta:
Maria Silvia, Nabil e Sabina, shalom,
abbiamo letto la tua lettera, Maria Silvia, insieme ai ragazzi. Come voi siamo addolorati per l’incidente di ieri sera. Anche noi siamo rimasti tristemente sorpresi del fatto che il palcoscenico sia stato usato per fini politici e, come tu hai sentito il bisogno di reagire, scrivendoci, io ho sentito ieri sera il dovere e il bisogno di rispondere alle parole di Nabil. Questo non era il luogo e il modo adatto per affermazioni politiche. Era una serata dedicata ai bambini e all’educazione al dialogo attraverso le arti e nel messaggio di Nabil abbiamo percepito aggressività e violenza. Ci ha trascinato in una situazione nella quale non si poteva tacere proprio perché i nostri ragazzi erano presenti e aspettavano una risposta. Pace non significa calpestare l’altro ma rispettare e dialogare anche se non si è d’accordo. Abbiamo sentito l’atteggiamento provocatorio nei nostri riguardi. I nostri ragazzi si sono sentiti traditi e attaccati mentre erano tranquilli e si sentivano a casa e in famiglia, mentre godevano del clima di amicizia, fraternità e serenità che si era istaurato tra loro.
In Beresheet LaShalom non ci consideriamo esperti nella risoluzione del conflitto tra Israele e Palestina. Purtroppo anche statisti delle due parti non sono riusciti a raggiungere un accordo in 70 anni, ma agiamo con tutto l’affetto e l’amore per unire i nostri ragazzi, le loro famiglie, i giovani con cui veniamo in contatto e loro si sentono ambasciatori di pace. I nostri ragazzi portano sul palco un messaggio chiaro e limpido contro ogni tipo di razzismo. Continuano ad incontrarsi dopo le attività del teatro anche con i ragazzi palestinesi, giordani, egiziani che partecipano ai nostri progetti internazionali e, credetemi, per ragazzi israeliani, incontrarsi con coetanei dei Paesi circostanti non è come incontrarsi tra ragazzi di Paesi europei. È molto molto difficile e richiede la nostra caparbietà per realizzare questi incontri e la volontà di cambiare la realtà. Siamo pronti a ogni forma di dialogo ma la sicurezza è fondamentale in Israele e non solo quella fisica: l’anima, lo spirito, la storia, le parole dette, la buona fede sono la nostra sicurezza. Nabil ha strumentalizzato la serata, ha innescato il conflitto per poi andarsene a lasciare noi a raccogliere le macerie. I miei ragazzi ed io siamo di nuovo saliti sul palco mettendo da parte l’offesa subita e insegnando a tutto il pubblico ancora sbigottito un canto di pace in ebraico e in arabo perché al dialogo ci crediamo davvero. Lo viviamo, lo mettiamo in opera, lo possiamo insegnare al mondo.
Allestire uno spettacolo sulle leggi razziali è stata un’esperienza forte, un omaggio ai miei genitori, a chi ha salvato loro e tanti altri ebrei al di là del pregiudizio, della paura e della minaccia opprimente. L’evento al Teatro Ragazzi di Torino ha consolidato in in tutti noi la consapevolezza che per raggiungere la pace non si può trascendere dal rispetto di se stessi. Non si può venir meno alle proprie idee e al proprio diritto alla vita.

Angelica Edna Calo Livne

(9 maggio 2018)