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Orizzonti – La fine dell’intesa con Teheran è la rivincita di Netanyahu

Sono passati soltanto due mesi da quando la stampa internazionale si interrogava sulla tenuta di Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano è stato ascoltato dalla polizia su diversi casi di presunta corruzione, e per giorni si è parlato di testimoni che avrebbero potuto affossare la sua lunga carriera. All’indomani dell’annuncio di Donald Trump sull’uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano, il quotidiano «Washington Post» parla di «momento Netanyahu», ribaltando la posizione del primo ministro. Il presidente americano in un unico discorso martedì ha realizzato quello che da anni predica Bibi Netanyahu: la fine dell’intesa internazionale sul programma atomico iraniano, il ritorno delle sanzioni americane contro Teheran. E fra pochi giorni, il 14 maggio, gli Stati Uniti sposteranno ufficialmente la loro ambasciata a Gerusalemme, in un’altra spinta al potere del primo ministro. Così, mentre il governo israeliano richiama i riservisti, attiva il sistema di difesa Iron Dome e apre i rifugi anti-missile al Nord per timore di attacchi iraniani, le carte dei giudici finiscono in secondo piano. Anche il quotidiano israeliano della sinistra, «Haaretz», parla di «un momento determinante» perla carriera di Netanyahu, leader della destra. E da 25 anni, da quando era ancora un deputato in ascesa, che Bibi insiste sulla questione nucleare iraniana come «minaccia maggiore» per Israele rispetto a quella posta dai Paesi arabi formalmente nemici. Fino al 2012, un possibile attacco israeliano alle installazioni nucleari in Iran è stato a lungo temuto dalle cancellerie internazionali. Per anni, i suoi detrattori hanno definito quella del premier «un’ossessione», che avrebbe poi prodotto l’esplicito scontro con l’ex presidente americano Barack Obama, promotore nel 2015 dell’intesa con Teheran. Eppure, la situazione regionale e gli ultimi sviluppi della guerra in Siria hanno portato gran parte del pubblico e della politica israeliani a non ritenere quella di Netanyahu per l’Iran atomico soltanto «un’ossessione». Le milizie iraniane, alleate del regime di Bashar elAssad, si muovono liberamente su parte del territorio siriano, e l’establishment militare israeliano teme da mesi che la Siria possa diventare una postazione per attaccare il vicino Nord di Israele. Da qui, i presunti raid israeliani a postazioni iraniane oltre il confine, come accaduto poche ore fa vicino a Damasco, la settimana scorsa nei pressi di Hama, e un mese fa a Horns. Il premier Netanyahu, ieri in visita a Mosca, ha parlato con il presidente Vladimir Putin proprio di «coordinamento militare» sulla Siria. La questione iraniana è ormai al centro dell’agenda politica di maggioranza e opposizione in Israele da anni: è di8icile trovare un leader politico nel Paese che non abbia utilizzato la retorica del premier. Il rivale laburista Avi Gabbay ha detto pochi giorni fa che Israele non permetterà mai a Teheran di dotarsi dell’arma atomica. E il suo predecessore Isaac Herzog ha attaccato già nel 2015 l’accordo con l’Iran, dicendo che avrebbe portato soltanto caos in Medio Oriente. Eppure, se politici e soldati concordano sulla minaccia rappresentata da un Iran sempre più in espansione, soprattutto dopo la vittoria elettorale dell’alleato Hezbollah in Libano, tra i vertici militari esistono divergenze sui destini dell’accordo. Non tutti i generali sostengono il premier c’è chi avrebbe mantenuto, in assenza di alternative, l’intesa intatta, come provano le recenti parole del capo di Stato maggiore, Gadi Eisenkot, secondo il quale «con tutti i suoi difetti» il deal nucleare «funziona e sta posticipando la realizzazione della visione nucleare iraniana di 10-15 anni»

Rolla Scolari, La Stampa, 10 maggio 2018