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Memorie – Le scelte di Sophie che sfondò il muro della modernità

colette shammahColette Shammah / IN COMPAGNIA DELLA TUA ASSENZA / La nave di Teseo

Era «tutto quello che le altre ragazze non erano». E lo è stata in un’epoca in cui vivere da outsider, laica, indipendente per una donna non era soltanto difficile. Era pericoloso. Aveva scelto come stare al mondo e ha deciso poi, con dolce fermezza, quando lasciarlo. Ma forse l’ultima scelta di Sophie non aveva messo in conto il peso della sua assenza nella vita delle quattro figlie, e in particolare di Esther, colei che adesso racconta quanto sia stato complicato crescere accanto a una mamma così. E come sia doloroso proseguire senza di lei. In compagnia della tua assenza, opera prima di Colette Shammah (12 nave di Teseo, pp. 219, €16), è un racconto a più voci per ricostruire una storia familiare intessuta di affetti, paure, talvolta incomprensioni, lontananze e, purtroppo, tragedie: una delle tante che, nel ‘900, hanno contribuito a comporre l’immenso orrore dell’Olocausto. Colette è Esther. Vigée è sua sorella Andrée Ruth, imprenditrice e artista, anima del Teatro Franco Parenti di Milano. Sophie è il mistero che accompagna il lettore per 219 pagine: il tempo della lunga confessione di una figlia alla madre che non c’è più e che non può più rispondere alle sue domande. Sono i dettagli a raccontare l’odissea di una famiglia ebrea di Aleppo costretta a fuggire da un bagno di sangue, proprio come i profughi di oggi, in una notte di 70 anni fa, alle origini dello Stato di Israele e della rivolta araba. Sono i dettagli a rendere ancora così vivace la figura, ormai lontanissima, di un’adolescente coraggiosa che alla fine degli anni Trenta affrontò per ragioni di studio il suo primo viaggio dalla casa di famiglia, i Nassì, in una Siria sorprendentemente tranquilla, a una Versailles già infettata dal germe della discriminazione, prossima a esplodere, con l’occupazione tedesca della Francia, e a degenerare nelle persecuzioni razziali. Sembra un dettaglio, ma è rivelatore, l’accorgimento materno di cucire nella sottoveste di Sophie, prima della partenza della nave da Beirut, i nomi e gli indirizzi delle persone cui avrebbe potuto rivolgersi a Parigi o a Marsiglia in caso di necessità. Può apparire casuale, ma è sintomatica la domanda che una compagna di collegio rivolge alla nuova arrivata, quando la radio informa dell’invasione tedesca in Boemia e Moravia: «Sei ebrea?». E lei, sul punto di rispondere «no», decide di non mentire all’amica e confidente. «Mamma dal corpo minuto — le scrive ora Colette/Esther —. Quello che ti capitò a Marsiglia prima di imbarcarti e durante la traversata non lo sapremo mai. Non ci hai raccontato nulla della tua vita prima del matrimonio, non ci hai raccontato questo viaggio di ritorno nel mezzo di una guerra efferata». Il silenzio doveva proteggere sé stessa e le figlie dalle emozioni negative, quelle che — da adolescente — riusciva forse a neutralizzare con i primi amori, i primi progetti per l’avvenire. La guerra avrebbe spazzato via entrambi, senza riuscire a piegare Sophie: «Era bella, fiera, colta, aveva studiato a Versailles, aveva conosciuto Parigi — riepiloga sua figlia —. Sophie aveva sfondato il muro del ghetto femminile ed era entrata nell’avanguardia, nella modernità». Il piacevole dopoguerra, a Milano, con il marito Maurice, al termine di altre fughe, avrebbe portato quattro figlie, una diversa dall’altra, ognuna convinta a modo suo che una mamma non se ne vada per sempre. Vigée la cerca nel vento che muove le tende della sua casa di montagna. Colette tra le pagine bianche che riempie di un dialogo immaginario. Ma non troppo.

Elisabetta Rosaspina, Corriere della Sera, 13 maggio 2018