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RACCONTI Napoli e nove assaggi di identità

napoliPierpaolo Pinhas Punturello / NAPOLI VIA CAPELLA VECCHIA 31 / Salomone Belforte Editore

Premetto di non conoscere la Comunità ebraica di Napoli. Ho parenti a Padova, Venezia, Torino, Roma, Ferrara ma non a Napoli. Non ho ancora visitato la Sinagoga di via Cappella Vecchia né ho ancora avuto modo, purtroppo, di passeggiare nel centro storico. Il mio primo incontro con la Comunità napoletana è avvenuto in un’altra parte d’Italia, a Ferrara. Qui, nel nuovo Museo dell’Ebraismo italiano e della Shoah, si possono trovare epigrafi latine, iscrizione greche e testi medioevali di quella che secondo gli storici fu una delle prime Comunità ebraiche in Europa.

Le nove storie di rav Pierpaolo Pinhas Punturello, raccolte nel suo nuovo libro “Napoli via Capella Vecchia 31. Voci ebraiche da dietro al vicolo” (Salomone Belforte Editore, Livorno, 2018), non parlano della Napoli in esposizione al MEIS e, nonostante l’amore dell’autore per la sua città natale, non riguardano solo Napoli, ma trattano anche di identità ebraica, di ebrei di origini diverse ed eterogenee, di scelte, di dilemmi, di dolori e di amori.
Alcune storie, spiega Punturello, sono completamente vere. Altre sono basate su fatti storici, rielaborate dalla sua immaginazione e dalla sua capacità semi-fotografica di descrivere persone, panorami, usi e costumi degli ebrei di Napoli.

Il primo racconto, “Il dolore”, affronta il tema del matrimonio misto, attualissimo per il futuro degli ebrei in Italia, in particolare delle Comunità piccole come Napoli; nel secondo, “Particolari”, vi è la scoperta della propria identità e l’alyah. Nel terzo racconto, “Lontano”, come anche nel sesto “15 Dicembre 1939”, ambientati nel periodo delle leggi razziste, il punto di vista è quello dei protagonisti di quell’epoca oscura, mentre i lettori conoscono già la fine della storia.

Nel “La ricerca” e “Resistenza”, l’autore dimostra una grande capacità narrativa e un’intelligenza emotiva nel raccontare le sensazioni di un omosessuale che nasconde la propria identità sessuale dalla moglie e il conflitto interiore di un ebreo, “atipico”, come lui stesso si definisce, che sceglie di fare una circoncisione al figlio non ebreo. In questo racconto come anche in vari altri, Punturello ci porta a riflettere sul modo di pensare degli ebrei assimilati, quelli che vengono chiamati spesso nel dibattito ebraico di oggi “ebrei lontani”, ma che sarebbe più giusto definire “dietro al vicolo”.

C’è’ chi dice che la voce del rabbino non si sente, ma chi conosce bene rav Punturello sa anche che la sua grandezza non è solo nel farsi sentire, ma anche e soprattutto nel saper ascoltare e raccontare. In questi due racconti infatti Punturello non teme l’imbarazzo e affronta con coraggio dei temi scottanti.

L’ironia nel libro non manca e “Il posto buono al cimitero” ci racconta di un Segretario creativo che decide di fare una mappa delle future sepolture nel cimitero della Comunità. Torna quindi il tema dell’identità, quando decide di chiedere agli iscritti senza parenti ebrei, dove vorrebbero essere sepolti. Parlando di identità, in “Havdallah” Punturello rispecchia in qualche modo un percorso che conosce bene, il ghiur (conversione) che nell’Italia meridionale è una realtà molto presente negli ultimi anni.

L’ultima storia non è una fine ma un inizio. Si tratta di una nascita, non una qualunque, ma quella del primo bambino ebreo nella Napoli appena liberata. La felicità in quella nascita è forse il modo migliore per descrivere la speranza e il valore che il libro e l’Ebraismo danno alla vita.
Per concludere questa recensione vorrei segnalare qualcosa che apparentemente manca nel libro, se lo si legge senza attenzione: la Torà e le Mitzvot. Le nuove storie di rav Punturello non sono delle hagadot talmudiche con un messaggio etico o halachico e non citano nessuna fonte biblica o talmudica come ci aspetteremmo da un rabbino. Questo però non significa che la Torà manchi nel libro. La Torà è presente nelle storie stesse, storie di vita e di identità ebraica. Il libro si riferisce alla Torah come alla “Torah della Vita” (Torath Chaym), come a una fonte indispensabile per la formazione della nostra identità. La seconda Berachà prima dello Shemà di Arvit ci ricorda che le Mizvot sono parte della nostra vita quotidiana (“הם חיינו ואורך ימינו..”) e così anche il libro. Ci ricorda che le Mitzvot e l’identità ebraica accompagnano ogni ebreo in ogni epoca e ovunque. Che sia in Israele, in America o a Napoli.
Attraverso le storie di rav Punturello si possono comprendere meglio varie Mitzvot. Solo per citarne alcune, secondo il Sefer Ha-Chynuch: אהבת הגר (l’amore per lo straniero), כיבוד הורים (il rispetto per i genitori), מצוות ברית מילה (la circoncisione), מצוות תפילה(preghiera) ecc.

Suggerisco quindi a chi conosce la Comunità ebraica di Napoli e anche a chi non la conosce, ma ha voglia come me di conoscerla, la lettura di questo libro. Non in tutto ci si può identificare ma vale la pena ascoltare. Ascoltare “voci ebraiche da dietro il vicolo”.

Michael Sierra