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MEMORIA – Televisione, così la Shoah entrò nelle case

Quarant’anni fa, nell’aprile del 1978, la Nbc trasmetteva una miniserie in quattro puntate da 120 minuti destinata a sconvolgere il pubblico di gran parte del mondo. Si tratta di Holocaust, una fiction tratta dal bestseller di Gerald Green e diretto da uno dei registi di Radici, Marvin J. Chomsky. Racconta la storia parallela di due famiglie berlinesi, quella ebrea dei Weiss e quella ariana dei Dorf, negli anni tra il 1938 e il 1945. Della prima non resterà che un superstite: il figlio minore, Rudi; tutti gli altri (nonni, padre, madre e due figli) vivranno un atroce calvario prima di essere catturati dai nazisti e trucidati nei campi di sterminio. La storia della famiglia Dorf, altrettanto tragica, descrive il passaggio dalla normalità alla follia, in un vortice di rabbia e di esaltazione assassine. Holocaust ha un impatto senza precedenti sul pubblico (battuto ogni record d’ascolto negli Usa: i giornali dell’epoca parlano di un coinvolgimento di circa 120 milioni di spettatori; dopo anni, la Nbc batte le concorrenti Abc e Cbs): un fremito di orrore e vergogna attraversa gli Stati Uniti, come se la quasi totalità degli americani venisse a conoscenza soltanto ora dello sterminio nazista. Nel gennaio dell’anno dopo, Holocaust arriva in Germania e innesca un tale sussulto morale collettivo da provocare lacerazioni nella coscienza di un intero popolo e, allo stesso tempo, apre un dibattito storiografico, culturale e civile. Dopo tribunali e processi, i tedeschi sembravano aver voglia di dimenticare che cos’era successo, un ingombro fastidioso di cui liberarsi. Nel maggio 1979, Holocaust (Olocausto) viene proiettato anche in Italia su Raiuno, la domenica sera, in una versione di otto puntate di circa 5o minuti. Intervistato dal «Corriere della Sera» (20 maggio), Primo Levi esprime tutta la sua perplessità: «In Holocaust non c’è degradazione, gli attori hanno la barba rasata, parlano, sono ancora uomini, non sono animali disperati come eravamo noi. Eravamo degli automi, con un unico pensiero, quello di non morire. Una volta alla settimana ci facevamo la barba. Ma Holocaust è meglio che niente». Anche il regista Claude Lanzmann, autore di Shoah, un film-fiume della durata di più di nove ore, opera fondamentale anche dal punto di vista storico sullo sterminio degli ebrei, storce il naso nei confronti della serie. Sulla rivista «Les Temps Modernes» accusa Holocaust di raccontare la tragedia in modo molto convenzionale e hollywoodiano (allora l’aggettivo connotava spregio), di scuotere solo la sfera emotiva e quindi di appiattire e sminuire l’enormità del dramma del genocidio, uno «sterminio irrappresentabile» (stesso giudizio Lanzmann manifesterà poi su La lista di Schindler e La vita è bella). Paradossalmente, l’aspetto più interessante è proprio questo: può un prodotto televisivo di massa scuotere le coscienze di una nazione e, insieme, stimolare una riflessione su quanto è stato rappresentato? Bisogna, sì o no, prendere atto che la televisione seriale sta diventando il più suggestivo libro popolare di storia? La cultura pop è in grado di affrontare temi così delicati? L’effetto Holocaust, per riprendere le parole di Heinrich Böll, ci costringe «a riflettere sulle concezioni che abbiamo di “popolare”, di “emozionante”, di “divertimento”»? Per la prima volta, nel profluvio dei dibattiti, si fa strada l’idea che la televisione possa aiutarci a capire anche la storia. Che l’emozione non sia solo ostacolo alla conoscenza. Nel presentare la serie su «La Stampa» del 20 maggio 1979, Primo Levi non nasconde i suoi dubbi: «Non mi è stato possibile vedere per intero il filmato Olocausto: non ne ho visto che alcune puntate, per di più prima del doppiaggio. Ho assistito alla proiezione con diffidenza, la stessa diffidenza che tutti i testimoni di quel tempo provano davanti ai molti tentativi, recenti e meno recenti, di “adoperare” la loro esperienza». Ma Levi ha il coraggio di affrontare il tema della risonanza mediatica: «In tutti i Paesi, il filmato è stato visto da decine di milioni di persone; non benché fosse una story, una vicenda romanzata, ma perché è una story. Sul tema del genocidio hitleriano sono stati pubblicati centinaia di libri, e proiettati centinaia di documentari, ma nessuno di essi ha raggiunto un numero di fruitori pari all’uno per cento del numero degli spettatori televisivi di Olocausto. I due fattori associati, la forma romanzesca e il veicolo televisivo, hanno mostrato appieno il loro gigantesco potere di penetrazione». A conclusione dell’intervento, Levi si augura solo che un tema «diverso e opposto» non venga trattato da «un Paese in cui la televisione fosse voce esclusiva dello Stato, non sottoposta a controlli democratici né accessibile alle critiche degli spettatori». Buona coscienza estetica della catastrofe. Sui «Cahiers du Cinéma», numero 301 del giugno 1979, esce un articolo di Jean Baudrillard (il cui stile di scrittura non ha retto al tempo), molto critico nei confronti dell’operazione: «Quello che nessuno vuole comprendere è che Holocaust è innanzitutto (ed esclusivamente) un evento, o piuttosto un oggetto televisivo (regola fondamentale di McLuhan, che non bisogna dimenticare); si tenta cioè di riscaldare un evento storico freddo, tragico ma freddo, il primo grande evento dei sistemi freddi, dei sistemi di raffreddamento, di dissuasione e di sterminio che si dispiegheranno poi sotto altre forme (ivi compresa la guerra fredda, ecc.) e che interessa le masse fredde (anche gli ebrei più interessati alla loro morte, e che l’autogestiscono, eventualmente, masse ancora più ribelli: dissuase fino alla morte, dissuase dalla loro stessa morte), di riscaldare questo evento freddo attraverso un medium freddo, la televisione, e per delle masse anch’esse fredde, che non avranno che l’occasione di un brivido tattile e di un’emozione postuma, brivido dissuasivo esso stesso, che li farà rotolare nell’oblio con una sorta di buona coscienza estetica della catastrofe». Tra le innumerevoli prese di posizione, interventi, riflessioni che dilagarono nel discorso pubblico, si segnalano come vere folgorazioni le note diaristiche del filosofo Günther Anders, dei 1997, raccolte poi nel volume Dopo «Holocaust», 1979 (Bollati Boringhieri, 2014). Il filosofo difende la serie, riconoscendole diversi meriti. Tra questi, gli effetti della ricaduta sul pubblico tedesco, per anni esonerato dal rimorso: «Grazie a Dio, ora si disperano, finalmente si disperano… hanno trovato la fermezza di guardare in faccia, per ore e ore, l’indicibile». e La tesi del filosofo tedesco è questa. Holocaust ha certamente i suoi limiti estetici, è un prodotto che segue modelli convenzionali di rappresentazione, è poco rilevante sul piano storiografico, culturale, ma ha avuto un grandissimo impatto «artistico» e mediatico, più forte ancora delle immagini che in passato testimoniarono il genocidio: «Trentacinque anni fa, era impossibile non confrontarsi con le immagini, i libri, le riprese dei lager, dei forni, delle montagne di cadaveri. I film girati dagli Alleati dopo la liberazione dei campi di concentramento non avrebbero forse dovuto trasformarsi in incubi collettivi? Niente di tutto questo. Di nuovo: le immagini non furono percepite, quindi non fu neppure necessario rimuoverle. Non solo non furono percepite perché bisognava innanzitutto disseppellire sé stessi dalle macerie; o perché, scampati a stento, non si voleva vedere o sapere qualcosa di coloro che non erano scampati; o perché si preferiva non ricordare ciò che non molto tempo prima era stato osannato istericamente; o perché, nei dodici anni, la capacità di vergognarsi era stata sistematicamente estirpata a bastonate, e la mancanza di vergogna per dodici anni inculcata a bastonate come un valore; ma soprattutto qui, di nuovo, riaffiora il problema della “personalizzazione” — perché le fotografie mostravano troppi cadaveri e l’orrore davanti alla morte, anche davanti al crimine, decresce all’aumentare del numero dei cadaveri mostrati… sempre solo cadaveri anonimi, non i cadaveri di persone conosciute in vita o che, addirittura, erano state dei vicini». Da tempo, la televisione ha rafforzato la nozione di memoria collettiva: tutti i grandi fatti vengono documentati, addirittura, come nel caso delle Torri Gemelle, vissuti in diretta. Al punto che qualcuno, ieri come oggi, teme che il video riduca la storia a rumore di fondo, decorazione di uno spettacolo che ha smarrito ogni direzione, ogni senso. La nostra è un’età di simulacri più che di documenti, un’era che con la sua visualizzazione totale rende tutto perfettamente contemporaneo. Una accanto all’altra passano le immagini di diverse datazioni, e ciò le rende perfettamente attuali. Tutto è sincrono. Il passato non esiste più, se non come forma del discorso. Il problema non è se sia giusto o meno mostrare le immagini dell’orrore, parlarne, discuterne: il contenuto morale di certe scene è fragile, muta con il mutare dei tempi e dei contesti in cui viene rappresentato. Se mai vi sono alcune immagini (i lager, la bambina vietnamita sfigurata dal napalm, le Torri Gemelle…) che hanno raggiunto «lo status di punti di riferimento morale» (Susan Sontag). E questa la condizione che bisogna preservare. Secondo Anders, Holocaust va preso in considerazione per la sua capacità immaginativa, per aver saputo suscitare emozioni: «Quando poi non si trattava d’immagini ma di parole, si ascoltava o si leggeva sempre soltanto la nuda, esangue cifra di sei milioni, non il gemito dei torturati e gli sghignazzi dei torturatori moltiplicati per sei milioni o anche solo per seimila o anche solo per sei… Poiché il messaggio era stato ridotto alla smisuratezza della cifra, non era arrivato per 33 anni alle orecchie, agli occhi e ai cuori. Affinché i fatti “arrivassero” era necessario che la limitazione al risultato e la “riduzione allo smisurato” fossero revocati. Ed è ciò che ora è stato fatto, qui sta il merito del film. Dobbiamo ringraziare questa bistrattata riduzione cinematografica se oggi in milioni e questa volta intendo, eccezionalmente, esseri viventi conoscono la verità. Mentre il semplice racconto dei fatti, persino il loro conteggio statistico, non sono riusciti a stimolare e a plasmare la capacità immaginativa, il film Holocaust lo ha fatto». Di tutto questo si discuteva quarant’anni fa. Una volta era più facile distinguere fra realtà e rappresentazione (e magari riconoscere alla medesima un nuovo, fondamentale ruolo), ma da qualche tempo i media costituiscono i nostri nuovi ambienti di socializzazione, «luoghi reali» frequentati quotidianamente e in cui s’impara a interagire, ad acquisire modelli di comportamento, insomma a vivere. L’esperienza del reale viene sempre più sottoposta a un processo di elaborazione virtuale — messo in atto dal web — che finisce per mutare il nostro modo di percepire le cose. Da che punto delle questioni sollevate da Levi, da Baudrillard, da Anders dobbiamo ripartire?

Aldo Grasso, Corriere La Lettura, 12 maggio 2018